Passa ai contenuti principali

Altri passeggeri

Da ragazzino per casa trovavo cuscini ornamentali, libri di Erich Fromm, busti di Giordano Bruno. Avevo questa ostinazione a entrare nelle stanze dove stavano e se non c'era nessuno era meglio, perché mi rassicuravo da solo. Casa mia dalle cento camere aveva l'ordine immobile dei teatri smessi, fuori il tempo accumulava malattie, mi tagliavano i capelli a scadenza, scrissi sulla carta da parati, dietro una foto in cornice, la data di quel giorno, perché intuivo che ci fosse qualcosa di struggente, a riscoprirla; poi l'inchiostro sbiadì, oggi non esiste, al punto che non sono più sicuro se la foto sia quella che ricordo, e il punto di muro il medesimo. Quello là e non altri è stato il tempo immobile dell'evoluzione: dentro poteva succedere di tutto ma io avevo gli oggetti dell'abitudine, a dirmelo, che niente era irrimediabile: cuscini, libri, eretici al rogo. Invece accadde che qualcosa - di periferico, laterale - mutasse per sempre. La morte di uno zio meno amato, meno frequentato, ne cambiò la faccia, divennero cose inerti, da talismani che erano. Oggi che ho messo alle spalle il baratro e cammino solo in avanti per scelta e necessità, so che dentro la poltiglia di quella memoria che affoga ci stanno tutti i miei anni e tutti i miei riti, le invocazioni per dormire, ché già allora l'insonnia mi mangiava, il calcolo di quanto avrei vissuto contando da uno e aspettando che in strada un clacson suonasse, interrompendomi. Lì dov'ero arrivato, era l'età che mi toccava. Ho detto e fatto per anni cose senza motivo, sconclusionate - assieme ad altre di senno, grazie al cielo - ma rimpallano quelle farneticanti, robuste di sfacciataggine. Ci sono altri passeggeri con me, adesso. Quelli di un tempo son scesi e scendono e a ogni fermata la carovana smagra; poi si ripopola a una stazione di posta. Io credevo che sarei arrivato alla fine con la stessa comitiva, invece si rimischia tutto, finché non trovi chi ha il tuo stesso gusto di viaggiare. E se vien bene stavolta ci fai tutta una tirata fino al traguardo.

Commenti

Post popolari in questo blog

Lasciami andare

Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...

Primavera di vento

A Tarquinia c'è un albergo nascosto in mezzo alla pineta, non affaccia al mare, è l'albergo dei nostalgici, degli amanti e delle canzoni d'autore. Tira sempre vento quando ci vado, ma è il vento leggero del Tirreno che volta le pagine del libro che ho in testa assieme ai ricordi della giovinezza, mai finita e mai rinnegata. In una primavera di vent'anni fa, una primavera anch'essa di vento, ci arrivammo per caso, tu ed io, ragazza amorevole di un'altra vita. Dal litorale non si vede e se non sai che c'è è difficile trovarlo, e noi cercavamo una camera col balcone sulla spiaggia, per cantare un'altra volta il caso, divinità innamorata delle onde azzurre e dei fortunali. Cenammo invece a bordo piscina perché l'hotel segreto ci rapì, e il mare restò una voce di là dalla strada, una prospettiva per l'indomani, l'abisso dentro cui stavamo per cadere dopo quella notte di soprassalti. Ti presi e poi tu prendesti me e alla fine la stanchezza ci rese ...

Paradiso e Inferno

Mia figlia mi propone una sfida impossibile: che le riassuma in venti righe l'idea che Dante aveva dell'amore. Deve preparare l'esame di letteratura italiana per settembre, e mi chiede di offrirle una prospettiva diversa da quella di tutti i libri che ha consultato .  Un bel pasticcio: che diavolo posso dirle che non abbiano già detto mille altri prima e meglio di me? Decido di partire dalla mia esperienza. Non per vanità ma perché conosco i miei guai d'amore più di quanto conosca qualsiasi poeta. E i miei amori sono stati quasi sempre dei saliscendi emotivi, un giorno in cielo e l'altro sottoterra. Per associazione di idee mi vengono in mente la Vita Nuova e il quinto canto dell'Inferno. Avete presente, no? Beatrice che  tanto gentile e tanto onesta   pare  eccetera eccetera; e Paolo e Francesca, che sono scaraventati tra gli incontinenti per aver ceduto alla lussuria. Mi metto alla ricerca di un punto in comune che non sia scontato. Leggo e rileggo quei versi ...