
Io se fossi giornalista fonderei un quotidiano di carta, perché mi piace essere vintage, epperò lo farei rettangolare, perché mi piace essere matto. Lo stamperei tipo album da disegno, come quelli che andavo a comprare da Panfilia, dentro le scarpe dei miei dieci anni, che stava nella sua bottega a guardia dell'ingresso di via XX settembre, a Narni, quando Narni era l'unico posto che credevo esistesse. Ci scriverei tutte le cose che nei giornali non ci scrivono: avventure liete, incoraggiamenti a osare - di qualunque impresa si tratti - i risultati delle partite di pallone giocate in mezzo ai vicoli, guarigioni da malattie e gente che gliela vende cara, la pelle, alla morte, e l'emozione di un film visto con mia figlia, la sua trepidazione nel farmelo vedere quando lei l'ha già guardato e le è strapiaciuto, e l'attesa del mio giudizio. Ho chiuso con la scuola: questo è il mio ultimo anno da
disinsegnante perché si può parlare solo a gente che ti ascolta e non sono capace di farmi ascoltare per forza. Nel frattempo ho aperto tante altre porte che mi pare di vivere in un albergo, ma è magnifico così. Dare il tempo che merita a ogni cosa penso sia una conquista niente male. Per esempio ieri, a proposito di cinema:
La teoria del tutto. Là sopra a quella pellicola c'è un attore inglese poco più che trentenne che è un mostro. Si chiama Eddie Redmayne e fa Stephen Hawking con una capacità mimetica disturbante; non ti sembra che stai guardando una finzione, te ne dimentichi. L'arte che si appiccica perfetta alla vita, la copre, la nasconde fino a farla scomparire.
Ecco, ho tempo per cose come questa, e per pensarci su, dopo, e scriverne. Una volta non succedeva, sciocco che ero, perso dietro a futilità. Da ragazzino pensavo che il mondo esisteva solo quando lo guardavo; appena voltavo lo sguardo dietro di me si impastava nella minestra torbida che era la sua vera faccia, s'impoltigliava, e così mia madre e mio padre, appena smontavano dal loro ruolo di sentinelle. Non è una cosa che fa poca paura, ci sono stato male in qualche tornante dell'infanzia, poi ho scoperto che è una roba diffusa, e che Heisenberg con un linguaggio un tantino più scientifico del mio aveva provato a dire la stessa cosa. Così invece di fare lo scienziato mi sono messo a scrivere storie: puoi essere più pressappochista e ti danno credito lo stesso. La prossima - per dire - mi piacerebbe impostarla così: c'è un tempo in qualche parte dei secoli in cui una volta all'anno devi scambiarti di posto con qualcun altro. Non solo essere nei suoi vestiti, ma proprio nella sua mente. Guardare il mondo come lo guarda lui, e lui come lo guardi te. Un baratto di cervelli. Temporaneo però, giusto per capirsi meglio tra esseri umani. Via, è solo un abbozzo, magari non se ne fa niente. Però non rubatemi l'idea, che se anche non esistete vi tengo d'occhio e vengo a chiedervi il copyright.
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