
Oggi che mi aspettavi lì seduta - ragazza - come avessimo quindici anni e
quando sono arrivato mi hai sorriso e baciato ho smesso di pensare che
il tempo è arcinemico. E allora, al netto del mal di denti, delle corsie di oncologia, dei mentecatti in autostrada, della rinuncia alla bruschetta per non sapere d'aglio, del declino triste di Dylan Dog e della certezza che la Lazio non vincerà mai - in
millemillanni - la Champions, confesso un difetto: sono felice. Happy, o giù di lì. Ci pensavo appunto due ore or sono, che la sera incappucciava il Caos, quel posto innamorante che han fatto qui a Terni dove si suona recita e mangia come a New York, - e difatti c'è un piccolo teatro da grande città, quasi off Broadway: è dove mi piacerebbe portare le mie cinque storie americane - e mentre ricacciavo indietro le lacrime piovute alle foto di Parigi, in mostra qualche giorno ancora, con le facce attonite dopo il Bataclan. La sera è una storia per cuori teneri; è uguale dappertutto e diversa in ogni posto. Fino a ieri pensavo che quella che scola dai tetti di Narni fosse unica. Lo è ancora, ma se la batte con questa di oggi, martedì, che è già passata mentre ne scrivo, come un amore che non fai in tempo a fermare prima che il treno parta. Vi prego di credermi: dava dei punti a quelle di Manhattan e Scicli, altre potenti che ho vissuto, al cinema e dal vero. Al che mi è venuta voglia di un gelato. La felicità vuole accessori che le calzino a pennello, e la sera - che è felicità intima, non chiacchierona - si lascia vestire e svestire di ricordi e futuri. Così facendo le vai incontro, la cammini perché a passeggiarla mostra il profilo più bello - di Recanati, Firenze, Salisburgo io conosco le sere: là ti scordi di dover morire - la accompagni a letto, sua madre e coperta è la notte, che intimorisce un po'. Come la vita, beninteso, la mia e delle persone che amo e conosco ma - immagino - anche l'altrui. Ho da leggere scrivere contare fare dire baciare lettera testamento ancora per tanto spazio, se il tempo vuole. Oh sì, sapeste che bisaccia piena di avventure magnifiche reggo sulla schiena. Ho da rivoltare l'adulto che sono per vedere se rovesciandomi come un serpente mi ritrovo ragazzo. Perché è questo - giocare a far l'attore e trarne di che vivere - che mi suggerisce il senso di una felicità continua, non più a strappi, a tradimento, sostanzialmente dispettosa e dunque inutile, come una volta. Happy. Tuttavia - che non lo so? - potrebbe finire domani. Ma non per mio demerito; per i cavoli di dio, che magari s'è stranito con un siniscalco e la fa scontare a me. Finché è in buona, io colle mie parole ci faccio la spesa, l'amore e l'avvenire. E mi intenerisco di tutte le sere che mi cadono addosso a pioggerellina, ovunque abbia l'occasione di incontrarle: da una terrazza fronte mare, dall'ultimo piano di un grattacielo, da un campo di rifiuti ferrosi che devono bonificare, dietro una casa che stavo per comprare.
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