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La soffitta psichedelica

Passa un secondo e mezzo tra la chiusura della porta dietro e l'apertura della porta davanti in quelle specie di bare verticali che sono gli ingressi delle banche. In quei quindici decimi io ogni volta temo per la mia vita, chiudo gli occhi e immagino - come Woody Allen intrappolato nell'ascensore in Misterioso omicidio a Manhattan - di avere davanti prati verdi e sconfinati cieli azzurrini. Oppure, tipo stamattina, prendo un bel respiro e per distrarmi scendo a patti col tempo, e riscovo un qualche anfratto del passato, nemmeno dell'adolescenza ma dell'infanzia proprio, per carotare la memoria più a fondo che posso. Diventa una cosa come pescare da un sacco una biglia dove ce ne stanno centomila, questo prelievo di ricordi, che devi lasciar liberi di scapricciarsi, ed è fenomenale scoprire dove vanno a parare. Stamattina laggiù, nella prima metà dei Settanta.
Nella prima metà dei Settanta cenavo sovente dai nonni materni, e ci dormivo, ed era tutto un rito, come era tutto privo di leggenda a casa mia. L'idrolitina nel boccione d'acqua, capovolgerlo, scuoterlo, stapparlo e lasciarlo sgasare un po'; la minestra raccolta nel cucchiaio partendo dal bordo del piatto cupo quando avrei voluto farlo dal centro, già anticonformista allora, e in potenza eretico; l'Almanacco del giorno dopo, la sua sigla ipnotica, domani avvenne, Edmondo Bernacca, Paola Perissi e Nicoletta Orsomando, e la luna sale e la luna cala e poi finiva la comedia. Ma il pomeriggio, intanto che sotto spadellavano, o se era domenica che ascoltavano in radio la Juve, salivo in soffitta -  più una dispensa quadrata, in realtà -  cui si entrava da una porta sul terrazzo comune, dove i condomini stendevano i panni. Bugigattolo per gnomi: toccava chinarsi per entrare, perfino io che ero bambinetto. E là dentro, che era cambusa di Bio Presto, di buio, dischi in vinile e ragni in panciolle, un giorno scovai le luci stroboscopiche di chi faceva feste libertine con ragazze e Lucky Strike - i miei cugini più grandi, invidiati -  una scatola vuota di Akuel - che intuii  fossero roba proibita ma non capivo perché - e un paio di numeri di Duepiù. Accatastati da una parte, dentro una cassettiera d'arte povera, altri giornali: Paese Sera -  mi ricordo un titolo sul Watergate -  e L'Espresso, già più scurrile, che sdoganava in copertina - chiedo licenza - una fica di fuori.  Più di questo non c'era molt'altro di memorabile, in quell'epoca, a parte ancora due o tre milioni di cose. Eppercui sì: avrei voluto avere vent'anni nel Settanta, se non fosse che ora ne avrei troppi, così troppi che è meglio se non li dico.
Gente, lo sapete, se vi fate i fatti miei che scrivo -  e se vi fate i fatti miei è perché impudicamente, per l'appunto, li scrivo: fino a ottobre di due anni fa io pensavo che la mia vita era un fossile. Giusto una paleontologa mi si sarebbe potuto pigliare. E che era finita la sua parte bella. Ora quando si riaprono le porte di quella fottuta banca lascio i miei ricordi là dentro, in una cassetta di sicurezza, lì a disposizione per quando voglio raccontarli. Ma fuori ho una vita di faticose meraviglie che sarà trascorsa e memoria e nostalgia solamente tra un secolo.













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