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Calcata, il borgo della speranza

C'è un'Italia bella e coraggiosa da cercare, trovare, e una volta che l'hai trovata passarci dentro qualche ora e tornar via con dispiacere, l'anima in modalità sollievo e qualche foto. Succede ieri a Calcata, - scrivo al presente perché ancora mi sosta in petto la bellezza - corona di tufo sopra un promontorio medievale che parcheggi lontano e te la fai a piedi: in discesa ad andare, in salita -  rasserenato da quel che hai visto - a tornare. Il clima è perfetto, sembra che regni maggio anziché novembre, e cordiali le facce della gente che si tira su da sola, apre camicerie hippie e bric-à-brac e sopravvive, e coltiva il bello e l'utile insieme perché si può, alla faccia della politica e della sua distanza dalla verità. Qui c'è verità, e se hai pensato fino ad ora che da questa nazione te ne vorresti scappare, in posti così ti ricredi, e lanci la tua sfida: un altro libro, altri laboratori in cui dare dritte per romanzi, altra sfrontatezza e libertà.
Ragazzi, è tutto come deve essere, qua intorno: fiori che crepano intonaco dai muri e ne viene come un dipinto, porte di legno disossate dal tempo e lasciate lì a testimonianza, strettoie, botteghe di monili affacciate su baratri che mi danno vertigini. E gatti, decine, che sbucano ad ogni sterzata di via, - vie saliscendi, butterate come piccole mulattiere - s'indolentiscono al sole, si lasciano grattare la testa, se ne vanno quando dicono loro. Davanti a una casa verticale stretta nell'edera c'è una poesia di Rilke, su un treppiede, come il menù d'un ristorante: Tutto quello che ci tocca, te e me insieme, ci tende come un arco che da due corde un suono solo rende. Devono amarsi forte, dentro quelle stanze arrampicate. E una trattoria architettata in una casa - non è che ce l'ha scritto in faccia ma è chiaro: hanno ricavato un ristoro da una vecchia villa a due piani della nobiltà contadina. Servono il caffé nella moka, direttamente al tavolo: ho girato un po' d'Europa ma non l'avevo mai visto. Appena dopo, al principio del pomeriggio, già assedia la nostalgia perché bisogna rientrare ma resti contento se quando arriva sei ancora nel posto che la suscita: vuol dire che è sincera; prima  del congedo appare un forno, là, in un'ansa della piazza: Dolci per i dolci, c'è scritto sulla tabella di legno sopra l'entrata. Si entra e si aspetta che i clienti prima di te scelgano lentamente le ciambelline di anice e uvetta più cotte, perché scrocchiano di più e c'è più gusto. La nostra vita è una rincorsa a carpire piacere da ogni suo angolo. Il tempo non è lo stesso che misuri in città, da queste parti. Devi capirlo e accettare che vada più cauto, indolente a volte - come i gatti - e armarti di pazienza: hanno ragione loro e non te, a prendersela comoda. Quando è il tuo turno - non c'è numeretto, bisogna che stai attento -  compri un cartoccio di bontà, la signora ti dice Tenga il palmo aperto che è fragilissima - parla della mattonellina di pasta, crema e mirtilli che invece ti mette in mano perché nella busta diverrebbe poltiglia - esci e le mangi per strada, speziate che ti profumano la bocca, seduto su una panca. E poi piano rincasi, grato alla generosità di un giorno da scrivere.









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