
Ci hanno insegnato l'eguaglianza ma l'eguaglianza è un fantasma, non esiste. Paghi una pay tv come tutti gli abbonati ma la tua squadra non è una di quelle arroganti che brigano per apparire e allora non ne parlano mai. Non è un dramma, okay, ma succede lo stesso se hai bisogno di una risonanza magnetica domattina. Se conosci il primario, la caposala, l'infermiera, ti imboscano. Altrimenti o hai culo ed è un falso allarme o muori. Dice: che c'entra. C'entra, anche qui è tutta una questione di decidere da che parte stare. Una volta si chiamava ribellione. Ribellione e ribellarsi erano parole potenti, un sostantivo femmina e un virile verbo riflessivo. Felicemente amanti, sodali, sposi. Oggi ci ribelliamo se salta una puntata dei Simpson: la satira - debole, innocua - tramite cui ci illudiamo liberi perché ancora ci è concesso di ridere. Scegliamo di accettare le cose come stanno. Gli artisti hanno vita facile, ad abbindolarci, e dovrebbero essere gli alfieri della rivolta. Invece scelgono l'ipocrisia. Specie i cantanti. Fanno dischi antologici con raccolte morte e defunte, canzoni zombi, riciclate, risuonate, rivomitate, parlano col pubblico molto più di un tempo, hanno scoperto il consenso in rete. Ci invitano a scegliere la scaletta del prossimo concerto, fanno proclami di incredibile umiltà, scrivono cose come Devo tutto alla gente che mi segue. Poi li conosci e sono delle persone piccolissime, di apparente generosità pubblica e spaventosa aridità privata. Ne ho frequentati, di tipi così. Disprezzano la gente, pensano (non del tutto a torto) che chi li idolatra sia un imbecille, c'è un baratro tra ciò che cantano e ciò che pensano. E ciò che sono. Esaltati, la gran parte di loro. Salvo Edo, si era capito. E qualche altro che sa chi mi conosce. Per questo non mi piace quando mi dicono artista. Non sono abbastanza presuntuoso e sciocco per esserlo fino in fondo. Anche questa è una scelta, anche questa l'unica praticabile.
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