
Lo racconta Sciascia, con quella scrittura tipica dei siciliani, in perfetto italiano ma a porger dritto l'orecchio nella lingua musicata dell'isola, dove ogni tratto ha un canto diverso ma a noi continentali sembra tutta uguale e tutta una patria. La partitura su cui i siciliani scrivono le loro storie - e Verga, e Pirandello, e Tomasi di Lampedusa, e Sciascia, appunto - è fatta, prima che di inchiostro, di mare e onde a forma di lettere e parole e periodi che si stirano fino a che la sintassi sopporta eppure restano là in piedi senza sforzo, impeccabili, che non sai come abbiano fatto a impalcarle tanto sono magnifiche e suonano magnifiche e se solo provi per follia a spostare - rimuovere - una sola particella del discorso precipita tutto, come togliere le fondamenta.
C'è questa malìa di un'isola dove vorrei essere nato, e per cui vorrei chiamarmi siciliano. C'è questa culla di bellezza che non sfiorisce mai mentre qualunque altra sì, questa lingua che vorrei parlare io ma io sono un barbaro, come quelli che tremila anni fa arrivavano in Grecia e provavano a comunicare - balbettando - con coloro che avevano la fortuna di esserci nati. C'è questa letteratura che più alta e libera e indomabile non si può, c'è questa gratitudine che chiunque dovrebbe provare verso quel popolo, che per grazia di dio - per brevità geografica immeritata - siamo un po' anche noi. Viaggiare in Sicilia l'ho fatto ma non è come viverci. Io vorrei andare a viverci, vorrei scrivere come loro, con quell'istinto naturale che gli fa mettere le frasi in un certo modo, tutto particolare, con incastri di incisi rompicapo e - pure - una fluidità che sbalordisce. Vorrei scrivere così. E se davvero mi dicessero Puoi rinascere, ribadisco: vorrei rinascere lì.
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