Passa ai contenuti principali

Gli scrittori siciliani

Ettore Majorana scomparve come farei carte false per scomparire anch'io, senza cadavere e funerale, e dopo che lo presunsero morto continuò probabilmente a vivere in qualche parte del mondo. Benché sappia di fisica quanto uno zero mi avvince la vita solitaria ma zeppa di persone appena scostate, mai troppo familiari, di questo catanese che risparmiava parole perché forse temeva che ognuno ne abbia una certa quantità e non oltre, e alla fine della riserva si muore. Mi conforta la sua timida scontrosità, la sovrappongo alla mia e umilmente ne ricavo la stessa coerenza - fatte le proporzioni tra i suoi problemi e i miei. Uscì dalla leggenda dei ragazzi di via Panisperna quando fu certo che tutta quella scienza avrebbe fatto disastri incalcolabili a priori; ne ebbe presagio allorché un bambino bruciò vivo dentro una culla e nel misfatto furono coinvolti certi suoi parenti.
Lo racconta Sciascia, con quella scrittura tipica dei siciliani, in perfetto italiano ma a porger dritto l'orecchio nella lingua musicata dell'isola, dove ogni tratto ha un canto diverso ma a noi continentali sembra tutta uguale e tutta una patria. La partitura su cui i siciliani scrivono le loro storie - e Verga, e Pirandello, e Tomasi di Lampedusa, e Sciascia, appunto - è fatta, prima che di inchiostro, di mare e onde a forma di lettere e parole e periodi che si stirano fino a che la sintassi sopporta eppure restano là in piedi senza sforzo, impeccabili, che non sai come abbiano fatto a impalcarle tanto sono magnifiche e suonano magnifiche e se solo provi per follia a spostare -  rimuovere -  una sola particella del discorso precipita tutto, come togliere le fondamenta. 
C'è questa malìa di un'isola dove vorrei essere nato, e per cui vorrei chiamarmi siciliano. C'è questa culla di bellezza che non sfiorisce mai mentre qualunque altra sì, questa lingua che vorrei parlare io ma io sono un barbaro, come quelli che tremila anni fa arrivavano in Grecia e provavano a comunicare - balbettando - con coloro che avevano la fortuna di esserci nati. C'è questa letteratura che più alta e libera e indomabile non si può, c'è questa gratitudine che chiunque dovrebbe provare verso quel popolo, che per grazia di dio - per brevità geografica immeritata -  siamo un po' anche noi. Viaggiare in Sicilia l'ho fatto ma non è come viverci. Io vorrei andare a viverci, vorrei scrivere come loro, con quell'istinto naturale che gli fa mettere le frasi in un certo modo, tutto particolare, con incastri di incisi rompicapo e - pure -  una fluidità che sbalordisce. Vorrei scrivere così. E se davvero mi dicessero Puoi rinascere, ribadisco: vorrei rinascere lì.









Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...