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Scrivere

Sapete, scrivere è una specie di cospirazione. Si cospira contro i propri spettri, contro la ripetitività dei giorni, la prospettiva della morte. Io, faticando assai, due cose in croce le ho imparate e provo a suggerirle a chi vorrà starmi a sentire. Stasera e domani ripartiamo con due differenti laboratori di scrittura: un lavoro che mi piace perché mi piace pasticciare con le parole e cucinare dolcetti con ingredienti noti ma il cui sapore sia nuovo. Una delle prime cose che dico, ai corsi: rubiamo dai più bravi per costruire uno stile personale. Che sembra un paradosso ma a pensarci bene è il segreto di quelli che sanno cosa scrivono e danno forma e sapore ai libri. Leggo sui social commenti entusiasti per romanzi insignificanti: recensori imberbi che ai temi prendevano sei meno li definiscono stupendi e anche meravigliosi. Sono quelli che  ignorano Buzzati e Sciascia ma idolatrano gli scrittori del nulla e spingono case editrici con una dignità storica a privarsene per sempre pubblicando fuffa. Nei nostri laboratori non incoraggiamo a leggere fuffa - meglio una passeggiata, o un fine settimana tra le lenzuola con chi volete voi - perché non è vero che i gusti son gusti: è una balla messa in giro da chi pur sapendo leggere non sa farlo. Ci sono dei punti fermi. Il punto più alto a cui è arrivata la scrittura occidentale, il limite umano della espressività in forma di romanzo. Li chiamiamo classici: cominciamo da quelli. Meglio un solo Moby Dick - solo quello, per tutta la vita - che mille best sellers. Con le debite eccezioni, è chiaro. Anche Il nome della rosa fu un successo commerciale, ma è anche un capolavoro. 
Chi prova a scrivere seriamente - con l'intento di pubblicare per un'editrice free - sappia che dovrà scalare l'Everest. Gli amici, la sua ragazza, gli diranno che è bravo. I primi perché ne hanno le balle piene e vogliono portarlo a giocare a calcetto; la seconda per tagliar corto e convincerlo a una sveltina. Quando vi dicono che siete bravi tirate fuori la pistola. Non lo siete. Avete appena cominciato a impratichirvi con l'alfabeto. 
Scrivere è una follia, un mestiere che non è un mestiere perché spesso le case editrici non ti corrispondono il dovuto, perché la fatica che si fa a tirar fuori una cosa decente è spaventosamente più grande delle soddisfazioni morali e materiali. Perché le parole son passate di moda, sono morti viventi, vetuste. Meglio, di gran lunga, i segni, i numeri. Si comunica più in fretta, si risolve il lato pratico dei problemi trascurando quello umano. La morte delle parole equivale alla morte dell'uomo, al suo imbarbarimento tecnologico. Vogliono perfino convincerci che è uguale, anzi meglio, leggere Pirandello su uno schermo che sulla carta. Beati voi e chi vi dà retta.
I nostri laboratori raccontano questo, e tante altre cose che qui non vi dico, sennò non viene più nessuno. Provano a tirar fuori in ognuno il lato umano rispetto a quello meccanico, privilegiano il ragionamento alla risposta codificata. Siamo complessità affascinanti, non macchine dal linguaggio primitivo. Siamo i forse, i può darsi, il crepuscolo, il dolore e la gioia insieme, il patimento amato, non solo (e non così spesso) il sì, il no, il giorno pieno, la notte fonda, la felicità o l'inferno. Siamo sfumature. Ricordarselo, quando scriviamo, vuol dire essere già a un ottimo punto di partenza. Se vi va, da stasera, proviamo a discuterne insieme.














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