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(ansa) |
Ho giocato a tennis per anni - male, da schiappa - finché un'ernia non mi ha fatto smettere. Però mi divertivo, ricordo la mattina prima della partita che scrutavo il cielo: se avesse piovuto niente match. Giocavamo sul cemento micidiale di Itieli, in tenuta contadina, con le galline a becchettare fuori della rete, o alla Valletta, circolo borghese in cui un'ora di gioco durava 50 minuti - la relatività del tempo - griffati Lacoste, per darci un tono, e ci scuotevamo la terra da sotto le suole con le racchette, come i campioni. Ho amato il tennis dei poeti - John McEnroe: l'aedo moderno; un po' meno quello dei bombardieri, dei pallettari, però mi piaceva l'audacia
serve&volley di Boris Becker, tedesco curiosamente simpatico. Ho vissuto in tv almeno tre finali di Davis azzurre: tutte perse. Mi venivano ogni tanto - inspiegabilmente, forse solo per istinto - certi colpi straordinari, annacquati in un mare di boiate galattiche, e pur avendo un braccio passabilmente educato ero troppo piantato sulle gambe. Negli ultimi anni mi sono divertito poco a guardare il tennis in televisione: troppo agonismo, solo potenza, poca classe. Federer e altri due o tre a parte. Poi ieri due ragazze pugliesi carine e cazzute mi fanno salire l'emozione, dopo tanto tempo. Le guardo su quel campo leggendario, con buona parte del pubblico contro, e dalla poltroncina di casa comincio a fare il tifo, parlo con loro, le incito, come facevo ai tempi di Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli e Panatta. Buon Dio, che mi abbiano sentito, dall'altra parte dell'Oceano? E immagino le rinunce a tanto che han fatto per arrivare lì, a tutto. Che è quello che dovremmo fare un po' anche noialtri: rinunciare a tanto per arrivare a tutto, dico. Comunque Flushing Meadows è uno di quei posti dove mi sono ripromesso di andare, prima o poi. Non lo so perché, di preciso. Come tutti i tennisti scarsi, il mio sogno di ragazzo era andare in un tempio. Come quelli che dubitano vanno a San Pietro, sia mai capitasse loro una folgorazione. Gli US Open mi attizzavano più dell'Australia - troppo aliena - più di Wimbledon - troppo piovosa - e più di Parigi - troppo vicina. Flavia e Roberta sono lì e io stasera non farò il tifo per nessuna delle due. Chiunque delle due vinca, riscatterà anche il magro talento di tutti i tennisti della domenica. Così magro, il mio, che poi nella vita per fortuna ho fatto altro. Con capacità un tantino più consistenti.
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