
Così è nata Mirka. E col suggerimento di una canzone di De André.
E poi volevo capire se ero capace di raccontare l'inafferrabile, il soprappensiero, il tempo delle azioni cui non dedichiamo alcuna forma d'affetto: il momento che hai freddo d'inverno a uscir dalla doccia e il momento successivo, che indossi l'accappatoio, che fa un rumore infeltrito, un odore d'ammorbidente, e dopo il gelo il tepore che provi, che sale dalle caviglie fino ai testicoli, alla schiena, alla nuca. Volevo raccontare le intercapedini, le minuzie, le briciole di crosta che cadono dal tavolo, le formiche che all'improvviso arrivano a banchettare. Volevo parlare di un terrore invincibile e di notti spietate, niente di meno. Ma volevo farlo senza angustiare nessuno, anzi facendogli sospettare che forse anche le cose più orrende alla fine avranno un controcanto allegro, un doppiofondo con un tesoro. Non lo so se davvero sarà così: nel caso, abituiamoci all'idea. Svelo la cosa più orribile che potrebbe capitarmi, per quanto mi riguarda: essere sepolto vivo, svegliarmi in una bara. E allora racconto l'evenienza con incosciente leggerezza, che vale anche un po' da scaramanzia. E infine non scrivo per battezzare solo le persone ma le cose, gli atti, la mia chimica emozionale. Far capire loro che sono il padre, che possono odiarmi come i figli generalmente odiano i padri ma non possono negare di discendermi. I nomi: l'invenzione di un misantropo, un modo per cacciare tutti via dal suo eremo. Ci tengono a distanza di sicurezza l'un l'altro - si danno forse dei nomi le bestie? Ci distinguono. L'amore li storpia i nomi, inevitabilmente, come inevitabilmente amore e scrittura sono legati: ricordo come mi chiamavi ma non ricordo più chi sei. Scrivo per ricordarmi chi eri, dunque, anche se non sei mai esistita. Anche se forse ti ho inventata io. Io rammento solo che mi chiamo Francesco: tanto basta alla fine perché è quello, il mio nome, che va stampato in copertina.
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