Passa ai contenuti principali

Il destino di chi legge

Accerchiato, assediato dai libri. Potrei morirne senza dispiacermene, ci pensavo ieri, al workshop di scrittura creativa. Ieri e ogni volta che entro in libreria. Se mi carcerassero chiederei per pietà di scontare la pena in una galera colma di romanzi. E non per il godimento che ne avrei  - che pure è incurabile - ma al contrario per provarne rimorso, e camminare la distanza interminata tra ciò che ho letto e ciò che vorrei (e dovrei) leggere. Leggere è un lavoro che non prevede una fine, è una ragnatela di zucchero filato di rimandi, deviazioni, intuizioni, cerche, che ti si appiccica addosso come da ragazzi la bava di quel bastoncino al luna park. Figliano di continuo gli scaffali, su cui spettacolarmente i librai dispongono gli scrittori che bisogna frequentare, quelli che mi piace frequentare, quelli che devo frequentare per poter dire che li detesto: i libri non stanno mai fermi, cambiano posto nelle tue priorità, ti fanno gli agguati, come i gatti. Ci sono stili che rapiscono, ed è un'epifania e dopo provi a scrivere uguale, e ci sono parole preziose assai più di certe persone, periodi audaci, piattezze deprimenti, funambolismi, velleità, sopravvalutazioni. E allora, da galeotto, sconterei l'ergastolo iniettandomi un libro a settimana - più in fretta non ce la faccio a tenere il passo - ma dovrebbero togliermi il cellulare, i social, la rete. E di che scrivere. Cosa che per sovraprezzo amplificherebbe il patimento, non curando per altro il sospetto di una conoscenza monca, di una lettura fatta barando, a saltare capitoli, a spiare riassunti, a fidarsi di antologie scolastiche, a mollare Tolstoj a pagina 121 giurando di essere arrivato in fondo alla sua guerra e alla sua pace. Una conoscenza per sentito dire, - Roth e la sua Pastorale americana: chi li ha mai anche solo addentati? - fidandosi del ricordo di libri letti vent'anni fa, dello stordimento che scolpirono dentro in un frangente irripetibile della vita, che oggi ci appare sbiadito, annacquato, così che non capisco se ciò che mi è piaciuto una volta debba piacermi per sempre o se invece è umano abdicare a una passione, seppur letteraria. Un libro a settimana, anche campando ottant'anni, sono da qui alla fine milleseicento titoli. Un buon inizio rispetto a quello che c'è da leggere, solo questo: un buon inizio. Per cui. Per cui temo che il destino di chi legge sia scontare la sua insana inclinazione con questa voragine di storie che non farà mai in tempo nemmeno a sbirciare in copertina, e che gli resteranno estraneee, con in più il sospetto sottile che fossero proprio quelle storie le storie di cui - come nessun'altra -  aveva bisogno. Funziona così anche con le persone, qualche volta. Ne frequentiamo alcune - per un bel tratto di vita - che non ci danno niente, e scambiamo quel niente per ciò che necessita. Ma questo è un altro discorso e allora meglio chiuderla qua.


Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...