
Da un po' di notti faccio sogni furibondi che la mattina ricordo a stento: una volta sogno persone care aggirarsi a loro agio in una casa enorme dove non ho mai abitato; un'altra di far la spesa e alla cassa dimenticare il pin del bancomat e suscitare odio tra quelli in coda; un'altra ancora di trovare nella vasca da bagno uno squalo, e la mia famiglia che reputa la cosa normalissima. Può darsi che è per via dei letti che cambio di continuo: non per amore ma per viaggi, spostamenti, fughe dalla pozza d'inferno che è questa città in questa estate rabbiosa, dentro cui sembra ci abbiano scaraventati per scontare un gran delitto. Come che sia, vorrei avere una telecamera in testa e filmarli, i miei sogni, e stupirmi di quante scene ho tagliato fra il sonno e la veglia. Come vorrei - ben da sveglio e coi piedi piantati sul pavimento - tornare indietro e intercettare le situazioni che hanno prodotto la mia ingannevole felicità di ragazzo, e disattivarle. Vorrei aver fatto una vita diversa, vorrei aver citato il destino in tribunale, vorrei averlo battuto. Lui sembrava così invidiabile che ci sarebbero cascati tutti, a onor del vero; così come ci sono cascato io, con tutte le scarpe.

Guardo le foto di un tempo. Mi dicono che sono io quello sulla radura di Itieli con in braccio mia figlia appena nata, la maglia della Lazio campione d'Italia, la vita dalle fondamenta di cemento armato. Una vita - ora lo so - un tantino ripetitiva, ma doveva piacermi, se ben ricordo, dovevo essere contento di viverla. Non esistono vite antisismiche, invece, non è come per le case. Durante il terremoto, e dopo, niente è stato più come prima. Ho cominciato a vivere
estremamente solo dal giorno successivo al disastro: ho vissuto tutti i sentimenti allo spasimo. Solo così si vive davvero, per quanto faccia male. Ora conosco meglio il significato delle parole
odio e
amore, le uniche che contino, alla fine. Ho imparato a detestare chi sopportavo; ad amare meglio, con più dedizione. Ho sperato di morire e ho provato una svergognata voglia di vivere. Continuano a dirmi che sono io, quello nelle foto, sotto la loggia di casa, a leggere Camus, nell'autunno. Avevo qualche chilo in più, due romanzi in meno scritti, meno passione per le cose, per le persone. Meno abilità, in parecchi campi. Ma io non mi vedo, non mi trovo. Troppe cose sono successe perché il Francesco un po' rassegnato di allora sopravvivesse. No, Francesco è morto, svaporato, come Marty McFly. Epperò è ancora vivo: gran tempra. Chi l'avrebbe detto? Di buono c'è che ora ai sogni preferisce la realtà. Il suo orizzonte è oggi, al massimo domani. Perché solo gestendo una piccola felicità quotidiana si costruisce una felicità per sempre: è una somma di giorni perfetti - come li chiamiamo noi adesso - che dà il risultato. Sembra il mantra di un qualche santone indiano, lo so. O un aforisma di Coelho. Vi chiedo scusa per questo. Volevo solo dire che la felicità è uno stato che non si programma - è in questo stesso momento in cui scrivo, è sempre ora che vado a far pipì, è tra un impercettibile attimo che considero già presente in cui esco a comprare una poltrona. Non si coniuga al futuro. Chi ha provato a farlo è diventato l'uomo più misero del mondo.
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