Passa ai contenuti principali

Musica leggera

A essere onesti, uno alla fine che chiede? Un po' di pace, una pausa lunga dalla strizza di ammalarsi, vivere in un posto dove l'aria si possa respirare a volontà, mangiare meglio, lavorare senza affanni, far l'amore teneramente, più tempo per scrivere, serenità per i figli, cinema che commuove, passeggiate, pisolini pomeridiani, dolci che non fanno ingrassare. Tanta roba, in effetti. Ogni tanto mi scappa, un post così. Meno letterario: musica leggera. Sarà la mia parte istintiva.  Comunque dovrebbero essere desideri comuni, discretamente avventati a sperarli tutti assieme. Invece abbiamo desideri strani, alternativi, indotti. Vacanze cervellotiche, cellulari che rinnovano il concetto di bellezza, macchine più veloci, che ci fanno morire prima, a volte. Ci pensavo stamattina, alla fine di un'altra stagione complicata e trionfale, con il suo contraddittorio basto di gloria e pena. Ogni tanto come oggi mi ricordo che mi piacevano cose che ho scordato: la marmellata di castagne, per dire. Ha un sapore tra il disgustoso e il sublime che m'incaponiva ad assaggiarla. Come Mirka, che è figlia mia mica per caso. O come le canzoni di Gianni Togni. Ho tutti gli album, in qualche vecchia casa, in qualche vecchia vita.
Questa città dove abito e non mi appartiene non ha una scontrosa grazia: è infertile, incapace di scegliere altro che i tumori provocati dalle fabbriche, senza sogni, senza coraggio, senza la forza di cambiare, partire, lasciando a casa i vecchi di testa e d'età. Mi sono addormentato e avevo nove anni, in quel corridoio che i miei chiamavano camera, in cima alle scale, cosicché ero il primo a vedere chi arrivava. Spesso mio nonno, col gelato d'estate, le figurine dei calciatori appena cominciava gennaio. Ho un forziere di ricordi che non vale niente ma senza i quali chi mi ama non mi amerebbe così forte: sono quello che sono stato. Tanto male non devo esser cresciuto. Epperò avevo nove anni sul serio, appena ieri sera. Cavolo: vorrei chiedere a dio nient'altro che non dover più dormire, non averne bisogno, così da mettere tra me e chi dorme più strada possibile, guardando dietro per fare retromarcia e poi senza ripensamenti ingranare la quarta. Una volta, avevo tre anni, ero in braccio a mia cugina. Le sfuggii, o mi lasciò cadere: sbattei la fronte sul termosifone. Sangue, urla, corsa in ospedale, punti di sutura. A volte ci penso. Se ci fossi rimasto secco, mi sarei risparmiato qualche tonnellata di dolore. Ma potendo scegliere, potendo vedere la vita da là in poi come effettivamente è stata, senza sconti, pure avrei deciso di viverla. Perché quando scegli di mollare non sei più niente e io niente non vorrò esserlo mai. E perché la notte, che pure succede, a volte ha una luce in fondo che trovi solo se sei testardo come pochi. A me è capitato.


Gianni Togni:
https://www.youtube.com/watch?v=0rWSYxW1xdA




Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Lasciar andare

Forse ha ragione Alessandro Baricco quando dice che le cose passate vanno lasciate andare, senza mettersi a rincorrerle, senza trattenerle a tutti i costi, ma se facessimo davvero così, cosa rimarrebbe da scrivere? I compagni di scuola dell'ottantatré, gli occhiali da sole smarriti a Selinunte, gli amori creduti eterni, il sesso allegro con le amiche occasionali, non sono tutti pretesti narrativi di prim'ordine? Se li lasciassimo perdere, la bocca degli scrittori diventerebbe muta, e io non riuscirei a raccontarvi più niente. Io credo che scrivere - o raccontare a voce, che sono sostanzialmente gesti fratelli anche se uno è premeditato e l'altro innocente - sia la superbia più efferata: ti costringe a bagnare nel mito ogni stupido giorno. Se permettessi alle cose di scappare non ne avrei nostalgia, le scorderei, e la nostalgia è quella fune sottile che tiene insieme ieri e oggi, il momento in cui le cose accadono e l'altro, il momento in cui insistono per diventare paro...