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La ragazza di Roma

Ogni volta che vado a Roma torno stanchissimo. Cento metri là corrispondono a un chilometro qui, mille metri a diecimila. C'è una scala uno a dieci per tutto, per ogni distanza, ogni speranza, che a Roma sembra avere dieci volte più corpo, ma magari è solo l'ombra che fa per terra. Io di speranze non ne avevo quando frequentavo la Città, vivevo libero da illusioni, vivevo ogni giorno fino a che non mi veniva sonno e il mattino dopo ricominciavo, attimo per attimo, non un orizzonte di più. Appena prendi a nutrirti di speranze ti scopri infelice, chi me lo faceva fare?  Per cui capitavano cose tipo questa. Andavamo a cercar libri in un posto lontano, io e un mio amico: il prof di Antichità medievali ci aveva detto Il mio testo si trova solo là. Ne avremmo comprato uno solo, uno di noi avrebbe studiato sulle fotocopie. Trovammo la libreria stanchissimi, sfastidiati dal ricatto morale cui ci stavamo piegando, relativamente astinenti: io da un paio di settimane, lui da meno tempo - giurava - ma vai a sapere se era vero. In libreria c'era l'aria condizionata e ci fermammo un po' a gironzolare. Accanto agli Oscar Mondadori stava una ragazza esile, con l'aria di chiamarsi Valentina  - ma in realtà non lo disse come si chiamava -  bella di quella bellezza composta che a me pare irresistibile. Il mio pard attaccò bottone, io stavo defilato, una specie di tattica, la mia, che a campione dava buoni risultati. A farla breve ci invitò a casa sua, lì vicino. Mangiammo spaghetti al pomodoro, bevemmo vodka, io feci una doccia e mi stesi sul divano. Loro due parlavano forte, li sentivo in cucina, poi abbassarono le voci fino a spegnerle, pensai si stessero divertendo. Mi addormentai. Mi alzai che era pomeriggio fitto, il sole si era illividito; scivolato dietro i palazzi, era come avesse anticipato il tramonto. Trovai la ragazza a studiare sul tavolo dell'ingresso, le chiesi del mio socio, disse: è ubriaco, sta dormendo. Mi sorrise, le scostai i capelli dalla fronte, non arretrò. La presi e durò tanto, lei scherzò: Il tuo amico non ci sa fare. Quando l'ubriaco si svegliò lo ficcai sotto la doccia e poi andammo via. Lei ci salutò dal balcone, il mio compagno osservò qualcosa del tipo: è troppo per bene. Con quelle così non ci provo, non te la darebbero mai. Non l'ho più rivista, non l'ho mai sentita, non so come si chiama. Io continuo a chiamarla Valentina, nei miei ricordi. E visto che lo scrittore inventa quel che non è e tace ciò che è stato,  le sta bene, come nome, al fantasma che non ho mai amato.



 



Paola Turci: la ragazza di Roma
https://www.youtube.com/watch?v=WBNTmxkJnVc

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