Io che sono nato a gennaio, a gennaio vivrei tutto l'anno. L'inverno mi dà quel senso di protezione come nascondersi dietro uno scudo, il tepore di stare a una finestra di cucina mentre fuori il freddo copre tutto: le macchine, gli uomini, i loro passi. Eppure d'estate ho vissuto stagioni mirabolanti che ancora viaggiano nella memoria, senza bagaglio magari, lievi e incoscienti, clandestini che ogni tanto occupano il tempo che dovrei dedicare a domani. Non ho mai vissuto senza progettare, neanche nei giorni più indecenti dove il dolore era tutto e fuori di lui non c'era niente. Eppure adesso farsi di ricordi sembra per paradosso un nuovo progettare, non disordinato ma al contrario lucido di vita vissuta. Ciò che sono e ciò che sarò è ciò che sono stato; o meglio: ciò che mi è piaciuto essere di ciò che sono stato. Oggi scolpisco la mia vita su quello: sull'inclinazione a certe cose e non altre, perché fare quel che mi piace e trarne da vivere è esaltante. Non mi manca niente, nella mia soddisfacente scontentezza, alle 16.35 di questo martedìquattordiciluglioduemilaquindici. Vorrei solo che facesse meno caldo, ma tra un po' me ne scappo in collina con un libro nuovo e una cena frugale. Però l'estate la ricordo padrona di storie clamorose. E di persone che ho salutato in una sera d'agosto, quando il mare già ingrigia spumando l'autunno che viene e camerieri stanchi rigovernano la sala ristorante. Ero lì, sulla spiaggia buia, tra l'adolescenza e il nulla che uno diventa prima della maturità, e le stringevo le mani, e le sentivo fredde. Pensavo l'avrei rivista, poi ho capito che lo speravo soltanto. A quattordici anni pensare e sperare sono la stessa cosa, tanto che per tutto l'inverno sperai di rincontrarla l'estate dopo, e in primavera - quando finalmente percepii la differenza tra le due azioni - intuii che non l'avrei rivista più. Quattro o cinque anni dopo, ancora d'estate, ancora in una stagione che mi ospitava senza entusiasmo, qualcuno, nello stesso posto, un amico comune, mi disse che era morta. Finsi di non ricordarmela, lui non si arrese, ripeté il suo nome; alla fine ammisi, e lui cinicamente - doveva trovare la cosa divertente - disse: Vuoi sapere com'è successo? e io No. Aggiunse qualcosa tipo Fai come ti pare: era solo una troia. Ma io non lo sentivo già più. Ecco, devo aver cominciato a odiare l'estate quel giorno. L'inverno mi protegge dal dolore, tutto si ovatta, la morte è più soffice, non fa scandalo. D'estate le piaghe che ti fai da ragazzino restano tutta la vita. Con l'aggravante che scriverne non attenua di un grado il bruciore che fanno.
Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

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