
Ma il bello è come finisce. Finisce che anche gli studenti che non hanno pagato partecipano al corso. Perché? - chiedo in segreteria. - Com'è possibile? Nessuno mi sa rispondere, sono tutti evasivi. Se io fossi uno dei genitori paganti mi sentirei un tantino preso in giro. E dato che sono maligno forse penserei che le prof non hanno voglia di assegnare compiti supplementari ai ribelli, perché poi dovrebbero correggerli. E allora fanno all'italiana.
Conosco la scuola, un po'. Sono quarant'anni che la frequento, da una parte e dall'altra della barricata. La conosco abbastanza per confermare che le rivendicazioni dei precari sono sacrosante: salari miserevoli, spostamenti massacranti di centinaia di chilometri, valutazioni di merito fumose, graduatorie bloccate. Ma con la stessa onestà dico che la manifesta rovina della scuola italiana è addebitabile anche ai docenti. A un certo tipo di docenti, almeno, suddivisibili in categorie quasi kantiane. Provo a delinearne la fisionomia.
C'è il prof che entra in classe con le fotocopie della lezione, le distribuisce e poi si mette a chattare sul tablet per tutta l'ora; c'è quell'altro che spiega confusamente, di corsa, infastidito, chi ha capito ha capito e chi non ha capito s'arrangi, con l'aria di chi sta lì a farti un favore; ce n'è un terzo che giustifica la sua presenza a scuola solo se può dar sfogo a una libidine organizzativa di programmazioni deliranti e progetti extracurriculari in cui si insegna ai ragazzi l'arte di intrecciare tappeti peruviani. Ma esiste soprattutto UNA categoria di docenti che mi manda al manicomio: chiamasi Responsabili del comitato di lettura. Costoro girano per le classi con un elenco di titoli di perfetti sconosciuti caldeggiati dalle case editrici, carneadi dall'insignificante talento che scrivono libri carini e spaventosamente finti, zeppi di cani maltrattati, foche monache da proteggere, bambini che parlano politicamente corretto mentre nella realtà bestemmiano come scaricatori di porto - non li avete mai ascoltati? - e figlie che amano teneramente le mamme. Vicende pseudomorali di seconda mano in cui l'ipocrisia trionfa e in cui nessun adolescente si riconoscerebbe mai. Poi ci stupiamo se a quindici anni detestano leggere. Per forza: gli han fatto far pratica sul nulla, pensano che tutti i romanzi siano così.
C'è il prof che entra in classe con le fotocopie della lezione, le distribuisce e poi si mette a chattare sul tablet per tutta l'ora; c'è quell'altro che spiega confusamente, di corsa, infastidito, chi ha capito ha capito e chi non ha capito s'arrangi, con l'aria di chi sta lì a farti un favore; ce n'è un terzo che giustifica la sua presenza a scuola solo se può dar sfogo a una libidine organizzativa di programmazioni deliranti e progetti extracurriculari in cui si insegna ai ragazzi l'arte di intrecciare tappeti peruviani. Ma esiste soprattutto UNA categoria di docenti che mi manda al manicomio: chiamasi Responsabili del comitato di lettura. Costoro girano per le classi con un elenco di titoli di perfetti sconosciuti caldeggiati dalle case editrici, carneadi dall'insignificante talento che scrivono libri carini e spaventosamente finti, zeppi di cani maltrattati, foche monache da proteggere, bambini che parlano politicamente corretto mentre nella realtà bestemmiano come scaricatori di porto - non li avete mai ascoltati? - e figlie che amano teneramente le mamme. Vicende pseudomorali di seconda mano in cui l'ipocrisia trionfa e in cui nessun adolescente si riconoscerebbe mai. Poi ci stupiamo se a quindici anni detestano leggere. Per forza: gli han fatto far pratica sul nulla, pensano che tutti i romanzi siano così.
A un collega, una volta, uno di questi che si fregiava della coccarda di responsabile della biblioteca scolastica, chiesi E i classici? Son troppo difficili, rispose; e io Per loro o per te? Mi tolse il saluto: così va il mondo. Non ho mai pensato che I ragazzi della via Paal o L'isola del tesoro e neanche Robinson Crusoe fossero troppo difficili. Li ho letti a tredici anni. Ma siamo in un'epoca stupida, in cui neanche noi insegnanti sappiamo cogliere la differenza tra un'opera immortale e un'altra che sarebbe meglio morisse quanto prima. Anzi: sarebbe meglio non fosse mai nata.
Alla fine resta l'orgoglio di fare un mestiere bello come pochi altri. Un mestiere in cui a volte hai il sospetto di seminare nel deserto e invece spuntano fiori che neanche t'immagini. Quando un trentenne ti chiama e ti fa Si ricorda di me, prof? Stavo in classe con... e ti cita nomi che hai scordato o a cui non sai abbinare facce, e prima di mettere giù confessa Sa, la volevo ringraziare: lei mi ha cambiato la vita, è stato il migliore, uno dei pochi insegnanti che ricordo con piacere. Le sue lezioni erano uno spasso, beh a quel punto realizzi che vale davvero la pena sbattersi ancora qualche stagione per trasmettere quel poco che di bello ti è rimasto dentro, della vita. Questa, non altre, non in questo mondo - il meno peggio dei mondi possibili, non più il migliore - è la missione primaria della buona scuola: seminare bellezza. Un particolare non esattamente superfluo. Ma nessun decreto ministeriale, temo, lo includerà mai fra i suoi capoversi.
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