
A un certo punto del romanzo nuovo, che nascerà compiuto se è lui a volerlo, io adesso non lo so, tutte le aziende che fabbricano contenitori di plastica - quelli dove nei supermercati ti mettono il paté, coi bottoncini del coperchio che fanno
clac - smettono di produrli. E allora l'umanità entra in crisi. Si troverà il rimedio - dicono in tanti - è un problema che non esiste. E invece il rimedio non si trova, tutti gli altri contenitori non vanno bene: ci sarà un motivo se fino a quel momento abbiamo usato proprio quel tipo di vaschette e non altre. La gente sale nelle macchine con cartocci di paté che esce da tutte le parti e quando arriva a casa il fegato all'aceto è perso per sempre. Non c'è un motivo per cui le aziende hanno simultaneamente deciso di dire stop: è andata così e basta, e il fatto che
sia andata così e basta è un motivo sufficiente per accettare pacificamente che non potesse andare altrimenti. Paradossi. Piccoli cortocircuiti della realtà. Che a guardarla senza voltarsi di colpo - come invece osò Montale
forse un mattino andando - ha i connotati della rappresentazione, e che si regge sulle zampe d'airone di un equilibrio fatto di convenzioni: basta indugiare allo stop perché quello dietro cominci a suonare ferocemente, smascherandosi da cortese che si sarebbe sforzato di essere, a incontrarlo a piedi. Per la stessa abitudine alla simulazione fingiamo di credere che il nome sopra il titolo del romanzo che tutti comprano sia davvero quello di chi l'ha scritto, e giuriamo sincere canzoni composte su un pentagramma di conti correnti. Finché qualcuno non smette di fabbricare scatoline di plastica: la paralisi della finzione, la solista che esce dal golfo mistico e finalmente la vedi: è pingue, più bassa di quel che credevi, ma almeno esiste, è lei, non la strafica che hai immaginato, a sentirla suonare. Eccola, la realtà. Che gli avveduti scopriranno di preferire così com'è: scondita e cruda. Magari non succederà mai. Ma se succede sappiate che la mutazione comincerà da un'inezia. Un contenitore di interiora di pollo.
Io per parte mia mi ci hanno abituato. Troppe volte han detto di volermi bene perché ero il marito di qualcuno o il fratello di qualcun altro, mai per via che sono Francesco Franceschini e basta. Sono un posto di confine, non più Italia non ancora Svizzera, uno amato per interposta persona. Una recita, quindi, un uomo che si ama per finta perché non si ha abbastanza volontà per amarlo sul serio. Come adesso che esce fuori che Borges non sarebbe mai esistito, che l'hanno inventato ed è stata un'invenzione talmente forte da diventare vera. Il trionfo dell'imbroglio. Come i cellulari che non puoi ricaricare quando ti pare ma devi metterci soldi ogni mese, sennò ti scalano il credito. Come i motociclisti assassini che si sparano a duecento su qualunque strada e nessuno li ferma, li lascia là in mutande e gli sequestra la cassetta di Easy Rider, perché la polizia è impegnata a far colazione al bar e a guardare il culo alle ragazzine che vanno a scuola. Imbrogli. Commedia. Con delle eccezioni. E su quelle eccezioni - sulle persone che ne fanno parte e dunque etimologicamente
eccezionali - si costruiscono impalcature di vita che resistono a qualunque tentazione di teatro.
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