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Domani sta arrivando la pioggia

Domani sta arrivando la pioggia. Il vento invece è già qui, sul mio terrazzo; scompiglia la confusione degli oggetti - i libri, le tazzine di caffé, le sigarette della sera - dando loro un ordine casuale più convincente del mio. Tutto appare come è: mischiato a tutto, senza la pretesa di dominio delle cose che fa patetici gli esseri umani. Il secolo di misantropia di Marquez ha le pagine arricciolate dalla mia trascuratezza: l'ho lasciato sul tavolo di plastica, in mano all'inverno, dopo che fino a ottobre mi ha fatto impazzire a rileggerlo, giusto trentanni dalla prima volta.
Tanto so e tanto basta di un giovedì d'attesa di un'altra stagione quando credevo che quella uscente fosse l'ultima. Esser vivi non è scontato e non è poco. Perché sono andato in edicola, la più gradevole tra le tante che frequento - per la cortesia sorrisa e antica del giornalaio, un uomo che pare scusarsi per ogni cosa che dice - e l'ho trovata chiusa. Chiuso per lutto, ci hanno incollato sopra, confondendone il sesso, perché edicola è femmina, come tutte le cose che mi piacciono di più. Ho camminato verso il largo, la periferia, inquieto. Un altro chiosco, mezzo chilometro avanti, un giornalaio meno galantuomo, non saluta, è torvo. Ho speso un euro e venti di quotidiano. In cronaca -  poche righe strette -  scopro che il mio amico gentile si è sparato ieri: il fratello era morto di cancro, era rimasto solo. La prima sensazione è stata un animale feroce che non sapevo fosse ancora nel mio stomaco, dal tempo osceno della paura che non passava mai. Si vede che è sopravvissuto alla mia vittoria sul nulla, mi ha morso le viscere: è durata qualche attimo. La seconda: il sospetto di non riuscire a dirlo a mia figlia, che come me apprezzava quel signore dall'umanità inconsueta. Sono tornato a casa guardandomi intorno, ero a piedi, solo: ho potuto farlo senza nessuno che mi mettesse fretta. La gente continuava a fare ciò che fa tutti i giorni, forse appena impercettibilmente cambiata - non mi è parso in meglio: due litigavano per una precedenza a un incrocio -  da un'altra tragedia. Col mio difetto di narratore, che è un vizio a cui non so rinunciare -  come la sigarettina al tramonto, i troppi libri che compro e non riesco a leggere, la cioccolata fondente che mi dà l'emicrania, l'ostinazione a trovare attraente la vita - ho deciso di scriverne. Chiedendo scusa a chi posso offendere e omettendo per questo riferimenti chiari. Però mi hanno insegnato talmente forte - i miei musicisti, i miei romanzieri insani - che scrivere è un modo per sopravvivere che ho finito per crederci, a questa bugia.
Non so nemmeno come faceva di nome, il mio amico edicolante. Amico. Che stranezza. Di tanti so perfettamente come si chiamano, li conosco da sempre, ma non li definirei mai così. Non mi ricordo neanche, l'ultima volta che ci sono andato, cosa ci siamo detti. Le solite cose, immagino. Salve, Buongiorno, Ho venti centesimi spicci, se le fanno comodo, Sì certo, Grazie ancora, Buon pranzo, Arrivederci. Ecco, dev'essere stata proprio Arrivederci l'ultima parola. Promessa non mantenuta. Da tutti e due. Perché c'è sempre un'ultima parola, un ultimo sguardo, che concediamo senza sospettare che possa essere davvero l'ultimo.






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