
Ho ripreso a fumare, dannazione, ma solo la sera, in terrazzo, la stella polare a ore dodici, in compagnia dell'unica persona con cui fumare non fa male anzi aumenta in lunghezza e pienezza la vita. E poi dopo vado a dormire e sogno, come stanotte che ho sognato una cosa buffa e per questo voglio raccontarla, prima che snebbi, nonostante solo ieri ho scritto di Mirka a Torino e non m'è abituale fare due post uno appresso all'altro in due giorni attaccati.
Pur tuttavia.
Ho sognato un anziano secco che somigliava a Ungaretti e vendeva quadri senza cornici davanti a un negozio di mobili. Stavamo lì a comprare una poltrona; a un certo punto io esco, vado verso il vecchio e comincio a guardare i quadri. Uno ritraeva un uomo sorridente che alla guida di un'automobilina giocattolo, di quelle della mia infanzia, pedalava dentro un cimitero. Il dipinto era tutto in bianco e nero - un bianco e nero lucido, come ci avessero passato sopra del detersivo - tranne un tulipano giallo o forse arancio che stava immerso in un bicchiere da spumante sopra una tomba. Ho chiesto al vecchio quanto costasse: Trentatré euro, ma se le piace glielo cedo a ventidue, ha risposto. Non so come è andata a finire: mi sono svegliato in quel momento. Ma mi piacerebbe trovarlo, un quadro così. Se esiste, lo comprerei e lo appenderei in camera da letto. Porterebbe allegria.
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Col cantautore milanese Carlo Fava |
Poi in radio stamattina ho fatto le solite cose, ricordandomi che proprio in un maggio antico, sedici anni fa, cominciai a parlare dentro un microfono. Ho in memoria quattro, cinquemila ore di diretta, forse di più. Mi sono divertito quasi sempre, altre commosso, talora annoiato. Ho intervistato personaggi che conoscevo solo dalle copertine dei dischi accorgendomi che sono persone. Belle, nella maggior parte dei casi. E ho reso grazie al dio della Siae per quanto talento è passato da largo dei Banderari, e ho rivisto come in parata le trasmissioni notturne dopo le quali andavamo a cercare una pizzeria aperta, le parole spese a raccontare progetti, turné e emozioni, le canzoni improvvisate dal vivo, gli autografi sul vinile, le foto in cui ancora oggi sorridiamo - come se il tempo non ci precipitasse avanti - io e gli artisti cui son diventato amico. Per una sera, magari. O per qualche stagione in più. E nel tempo orrendo ho ricevuto più conforto da qualcuno di loro - una mail dal Canada prima di un concerto d'ottobre, tre anni fa: indimenticabile - che da chi aveva un cognome teoricamente familiare.
Se racconto tutto questo è perché mi faccio di nostalgia. Quando la radio è vuota io ci cammino. E mi ricordo l'anima di chi ci è vissuto venti minuti appena ma gli è rimasto il sapore. Perché si ricorda solo ciò che ci fa male, e solo ciò che ci fa male vale il ricordo. Un quadro che non esiste sognato al confine del mattino o il desiderio che la bellezza di un mestiere di parole che è prima d'altro divertimento non sfiorisca mai, sono in fondo due avventure d'amore che si somigliano se posso raccontarle - impunito - nello stesso malinconico lunedì.
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