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Qualcuno poi sutura le ferite

Il romanzo nuovo comincia con una donna che porta a casa - da suo marito -  un altro uomo e prendono a vivere in tre, come niente fosse. Trovano la cosa addirittura eccitante, e non soltanto in quel senso. Trovano che sia eccitante prendere in contropiede la vita, fare quel che la vita non si aspetta che tu faccia, che non è solo cambiare le carte in tavola ma proprio giocare a un gioco differente, con altre regole, altri valori. Non c'è conflitto, almeno nel primo capitolo, dopo non lo so: mica ce l'ho tutto in testa. Le mutazioni radicali d'altro canto sono quelle placide, più delle rivoluzioni, e dio pur sa quante rivoluzioni cruente ho tentato e fatto con la mia testa quadra.
Così allo stesso modo - adesso - la mia vita muta, come cambia pelle una lucertola. Alla mia età né verde né tarda - l'età in cui se potessi fermerei il tempo per restare sempre come sono - scopro il piacere di lavorare per un solo principale: me stesso, e su progetti che non sono mai stati tanto luminosi. Il successo non è garantito ma la goduria sì, e visto che non sono alla fame nulla c'è di meglio che divertirsi costruendo una professione. Lavorare con le parole più e meglio di quanto ho fatto finora: l'idea che prende forma in tanti rivoli (che presto svelerò) è sostanzialmente questa. Perché uno deve giocare coi talenti che ha, senza fingersi, senza costruirsi altro da sé. Ho ripreso a studiare filosofia, ho smesso di non dormire, ho smesso di non amare e tutto il tempo che ho passato a non amare me lo ritrovo ora rivalutato in stupore, complicità e devozione verso la persona che sei. Come avessi messo in banca i sentimenti, in un libretto di risparmio, e fossi stato per due anni parsimonioso a usarli, e mi avessero dato per questo interessi stellari, che oggi finalmente spendo come voglio.
Ogni tanto muoiono giganti, come Robin Williams, e benché sian già otto mesi mi manca come un amico partito senza telefonarmi. Muore Ken Parker, alla fine dell'ultima storia possibile, perché è giusto, perché il sogno di essere sognatori alla fine si spegne, o vivi male, si spegne come quando mio padre buttava l'acqua sulla cenere, d'inverno, e fumavano braci e andavamo a dormire. E muoiono però tutti insieme e per fortuna anche una certa mia pigra idea di mondo, il mio attendismo professionale, il timore di tracciare strade nuove, l'avarizia dei gesti d'affetto. Nasce appresso una bellezza intima che ci fa aver spaventosamente voglia di stare insieme come non ricordavamo fosse possibile. Forse abbiamo battuto qualche primato, vallo a sapere; minuti di vita in comune che diventano giorni, mesi, tempo bellissimo speso nel modo migliore: in due. Magari Repubblica parlerà di noi, in un pezzo dedicato ai nuovi esaltanti modi di impiegare la vita: stare insieme alla persona che ami E nasce a un'incollatura la magnifica ostinazione di dare non un senso alle nostre vite ma il senso, l'unico possibile. C'è, garantisco, ma bisogna cercare bene. Perché se trovi qualcuno che le tue ferite le ricuce e le fa diventare un vanto, ama le tue parole come te le sue, rispetta il tuo passato perché è quel tempo che ti ha educato alla sacralità della vita in due, puoi anche morire domattina. Che tanto hai già vinto.


La canzone da cui ho tratto il titolo del post: Rien ne va plus - Enrico Ruggeri










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