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Il gioco dell'allegria

La neve danzava come bambagia alla luce dei lampioni. Sbircio alla Coop - luogo dove una studentessa un giorno cercò su mio consiglio "La boutique del mistero" senza trovarla e poi a scuola mi fece Prof, devono averla chiusa -  l'incipit di un romanzo di Jo Nesbo, scrittore norvegese da un triliardo di copie, e capisco che è un libro che non leggerò mai. Bastano due righe per scoraggiarmi? Avanzano. Perché non è automatica la relazione best seller/grande autore, nonostante alcune teste quadre affermino ostinatamente il contrario. Beate loro: si contentano di poco, si vede. Provo comunque a spiegare perché non mi sa di niente, se no non vale: la descrizione atmosferica messa lì a varco della storia è di una banalità trionfante, non lo faccio mai nemmeno io, piuttosto non scrivo niente; la similitudine della neve con la bambagia è la più ovvia quindi la prima da evitare; la scena alla luce dei lampioni è stra-abusata, e a evitare i luoghi comuni lo insegnano alla prima ora della prima lezione dei corsi di narrativa. E se non gli date retta vi menano.
Eppure Nesbo vende. E vendono tanti piccoli scrittori diventati grandi grazie alle legioni di minchioni che li leggono. Questa è una cosa che intristisce, onestamente. Ma ce ne sono altre. Vediamole.
Arriva in radio l'omelia di un vescovo, di tanto in tanto. Alle feste comandate, diciamo. A parte le disinvolture grammaticali di chi gliela scrive -  che devo umilmente correggere come posso al momento di leggerla in diretta -  la cosa incredibile è un'altra. Arriva con l'embargo. Cioé non puoi renderla pubblica prima di una certa ora, prima cioé che il vescovo stesso l'abbia declamata alla messa solenne. Immagino Gesù Cristo durante l'ultima cena, a quel punto. Chiama Pietro e gli rivela la faccenda del gallo che canta tre volte e lo prega di riferirlo ai giornalisti, purché non divulghino la notizia prima dell'alba. Poi convoca Giuda e gli fa Ti sei ricordato che devi vendermi al sinedrio, vero? Non fare come al tuo solito, che all'ultimo ti tiri indietro, sennò il traditore lo faccio fare a un altro. E Giuda che rimane lì senza saper che dire, con il pane spezzato e il vino che lo  imbriaca. L'embargo mi fa morire. E ogni volta mi metto a leggere la predica sperando ci sia un colpo di scena, un cambiamento in corsa, un finale alternativo, come le storie a bivi di Paperino. Niente: è sempre la stessa musica. E ogni volta il senso dell'embargo mi sfugge. Magari pensano che siamo radio Cuba.
Terza cosa intristente, l'ultima, per ora.
La scala di valori di Dio. Ce ne sono di grandi scrittori: rassicuro tutti i lettori della Mazzantini. A parte Jo Nesbo, voglio dire. Hemingway, vi va bene? No? Troppo suicida? Tolstoj? Troppo russo? Proust? Troppo sodomita? Va bene, tenetevi Nesbo e la sua neve danzante come bambagia. Alla luce dei lampioni, ca va sans dire. Concentriamoci sulla scala di valori di dio: è troppo alta? Mi sa di sì. Per lui Tolstoj e Proust sono dei mentecatti, magari. Va a sapere che razza di romanzi disumani gli frullano in testa. E allora è triste pensare che quelli che la gente di buon gusto e sane letture reputa geni per N.S. non lo siano. Immagina di Jo Nesbo cosa deve pensare. Magari invece gli garba: è imprevedibile, iddio, è venuto su strano.
Un rimedio c'è, alla fine dei conti, contro la tristezza codificata. Il gioco dell'allegria, l'ho chiamato con mia figlia. Consiste nell'imporsi l'allegria come una benedizione, quotidianamente, minuto per minuto -  come il calcio -  come prendere l'ostia anche se hai fornicato tutta la notte. Ridere in faccia ai lettori di Nesbo e ai portatori sani di gusti dozzinali. E stare su e sorridere. Predisporsi con l'animo leggero alle intemperie. Scansare le persone moleste e frequentarne altre, gaie e devote. Così la vita acquista sapore e tutto quel che le gira intorno un motivo ben chiaro per essere vissuto.









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