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Racconti marinari

Sono un cattivo esempio, niente di meno. Parlo di ricordi come valessero qualcosa e qualcuno mi prende sul serio. A scuola certi allievi scrivono i loro nomi sotto le sedie e di seguito la data; quando chiedo perché mi rispondono che è per chi tra dieci anni le capovolgerà per gioco e ci troverà quel segno di penna: Serve a dire che siamo passati di qua, puntualizzano. Io li capisco, io che ho seminato di centesimi fessure di muro in orti altrui per vedere se a tornarci e a ritrovarli nascevano nostalgie attorno al tempo frattanto vissuto e a quell'altro ritrovato intatto come non passato. Per capire se tra i due c'è relazione. Così però si cresce male. Oppure meglio, vallo a sapere.
Questa storia che tutto quel che non facciamo ci grava addosso come un rimpianto sa di seccatura. Tuttavia - per non saper né leggere né scrivere - vado appresso a tante cose belle e da un sacco sono multitasking: da prima, quantomeno, che qualcuno s'inventasse il termine. Provo a cavar guadagno da questo blog ma a conti fatti scopro che se lo impinzassi di pubblicità voi mi odiereste e io ne ricaverei sedici centesimi al mese. Tanto renderebbero - pare - le mie diecimila visualizzazioni l'anno, considerato l'un per cento di coloro che cliccherebbero su una reclame. Non so se al cambio coi denari fan circa trenta e comunque dovrei poi cercare un albero cui fissare la corda. Su questo argomento ho già detto la mia; anzi, in una delle scervellate impalcature che taluno osa chiamare poesia lo mischiai con l'amore e ne venne questo scempio:

A onor del vero t'ho amata
ma era un'altra puntata, un capitolo
apocrifo, la fatica di Sisifo;
come un barbiere ortodosso ho chiuso
di lunedì, la tua mala creanza invano
passava di qui.
La tua architettura dolosa, una mano 
di rosa, al solito cambi colore
alla cosa che ami di più. Dunque un trasloco.
Come un divano, un'acquasantiera, hai preteso
 chi fosse a morire: non tu.
Cavilli d'amore non corrisposto - 
fantasmi di fede terrena - rubano
ai vivi la scena. Questo romanzo 
è un sacrario, le sue parole
forate un ossario.
In tibunali di competenza cito
la santa pazienza. Un dibattimento
senza speranza, un patteggiamento di pena.
Slega la corda dal ramo,
ch'io sia impiccato se t'amo.

Poi dice che uno le tiene in cassaforte, 'ste robe. E comunque divagare è un'arte e a volte un limite. Lo faccio scrivendo - si nota? - e lo faccio parlando. A scuola è capitato che me lo rimproverino. Rispondo che è segno d'intelligenza ma il sospetto - mai confessato -  è che sia invece sintomo di confusione: troppe cose gagliarde mi si azzuffano in testa perché abbia metodo a raccoglierle per argomento. Come scrivere è poi un difendersi, non l'ho ancora capito. Scrivo d'istinto e provo a farlo distinto. E così non posso ignorare che questa città dove abito e non è la mia questa settimana è più cupa. Hanno ammazzato un ragazzo fuori da un bar. Ho sentito conservatori e progressisti recitare litanie opposte ma ugualmente ipocrite e oscene. In cuor mio li ho mandati a fare in culo. Badano a incastrare il disastro nelle loro tesi razziste o nella settimanale presenza televisiva, per giustificarle. Gentaglia. Così me ne scappo in mare aperto. I racconti di pirati e salsedine sono quelli che meglio mi fanno respirare - mentre li leggo a voce alta e bassa - perché mi navigano più lontano e per sempre via dalla terraferma.





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