C'è poi quella faccenda delle case che prendono a vivere solo quando tu c'entri per la prima volta, anche se serbano un'altra storia incespicante cui hanno assistito negli anni, e potrebbero raccontarla. Ogni prima volta che uno lo guarda il teatro cambia pur rimanendo uguale: sono i tuoi occhi fino ad allora altrove a farlo inedito. Allo stesso modo sono entrato in una vita che ha preso a vivere solo con me, nel medesimo istante in cui la mia, di vita, rinasceva ospitando la sua. Prima c'era stato tanto dispetto e per entrambi un po' di speranza: giornate di costernazione, passioni malriposte, attese interminabili in terrazzo, rumore di macchine in avvicinamento che a svelarsi - dietro la curva - non erano più quella consueta. E tutto ciò che abbiamo vissuto di orrendo e sublime fino a una ventina di settimane fa lo abbiamo vissuto da soli. Senza noi due, voglio dire, non assieme. Sembra folle, a pensarci ora, a guardarci ora: la trama schizofrenica di un sogno all'alba, quando sei più vicino al risveglio e i sogni t'inquietano mischiandosi al vero. Eppure abbiamo già mezza vita andata, a voler essere ottimisti. Che vita è stata? La preparazione di questa, l'antefatto. Per cui un'altra vita: non sono io quello di allora, sono troppo cambiato per esserlo. Non trovo risposta più esatta. Per come vivo, per come disegno l'avvenire con le dita, - i tratti di un bambino che traccia nell'aria il giocattolo più ambito - per come desidero lei e nessuna altra fortuna al mondo, non ho una risposta la cui precisione possa essere garantita più al millimetro. Così non contano le incombenze fastidiose, non importano niente. Non valgono - ad avvilirci - lo stipendio ignobile che non arriva, il sospetto di dar via la propria professionalità al punto che sarebbe più dignitoso, se l'avessi, fare altrettanto con la mia virtù. La nostra bellezza, invisa ad alcuni, profetizzata effimera da uccelli di malaugurio, invidiata malcelatamente da altri, è qui e ora, ammirata dai passanti di tra i vetri di un caffé. Ed è là e domani. Vivremo mai saziandoci di stare accanto, io questo lo posso giurare, anzi l'ho già giurato. E nessun tagliatore di teste di nessuna scuola privata, nessun affarista in tonaca da prete, nessuna pia donna di nessun esercito della salvezza potrà mai far niente per rovinare tutto quel benessere che stiamo fabbricando.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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