
Se la Dyane non fosse stata decappottabile magari io il cinema non l'avrei così nel sangue. Accadde invece che mio zio Gastone, ai tempi in cui era ancora scapolo e probabilmente felice, mi mise in mano una cinepresa Super 8 e mi sfidò:
Vediamo quello che sai fare. Stavo per andare in quarta elementare e già manifestavo seminali sintomi di misantropia che gli adulti scambiavano per timidezza. L'attaccamento un po' maniacale di Gastone ai suoi strumenti - musicali o cinematografici che fossero - fu vinto dall'affetto verso di me, quella e altre cento volte. Però mi ritrovai il laccetto della cinepresa legato stretto al polso, perché l'affetto va bene ma non esageriamo, e perché la mia fama di intellettuale in potenza già circolava per casa, assieme a quella - in atto, complementare e non del tutto immeritata - di svagato inciampicone.
Andò che lui aprì la capote della Dyane - era una nitida mattina di settembre, nuvole sottili sbianchettavano il sole ma non sarebbe piovuto, in giro la gente aveva la luna dritta, o così a me parve - e mi disse
Levati le scarpe e sali in piedi sul sedile,
così metti la testa fuori. Oggi gli toglierebbero la patente, la macchina e forse la casa e a me mi affiderebbero ai servizi sociali, ma pare che all'epoca si potesse fare, tanto che in piazza passammo pure davanti a due carabinieri, che a vederci salutarono con la mano. Fece un giro lento e poi un altro e poi un terzo dalla Narni incollinata a quella bassa e sprofonda, mentre tenevo con dieci dita la cinepresa ed equilibrandomi per non cadere riprendevo tutto attorno, contento come un vecchio tornato bambino. Avevo il vantaggio di non esser ancora dovuto partire, per ritornare.

A casa, Gastone si chiuse nella cucina smessa, adibita ai suoi montaggi e smontaggi di pellicola, ai suoi taglia e cuci, agli incolla e scolla, attento a che nessuna goccia di luce cadesse dalla finestra carbonizzando il film. Dopo un paio d'ore ne uscì coi capelli sparati per aria, una stanghetta degli occhiali in bocca, l'aria soddisfatta. Era il momento di chiudere le finestre in salotto, montare lo schermo sul treppiede, chiamare Luca, l'amico quattordicenne patito di Truffaut, per dare all'impresa un'impronta critica attendibile, sedersi in poltrona ed aspettare. L'attesa - altro che l'ansia corrosiva di oggi - addomesticava il tempo, lo faceva emozione. Dietro di me, senza che lo vedessi - ed era quello che mi piaceva: non vedere cosa stava succedendo pur sapendolo benissimo - mio zio armeggiava col proiettore, i dentini metallici a mordere una a una le finestrelle della pellicola, attento a che i fotogrammi non si sgranassero e il filmino non divampasse. È successo uguale, però, una o due volte. Alla fine di una preparazione lunga e crepitante di rumori di celluloide e piccoli scatti dell'otturatore, come tutte le volte il fascio di luce uscì dalla lente e dilagò sullo schermo, ed era in quel momento che bisognava metterlo a fuoco:
Ecco, un po' di meno; No, un po' di più; Era meglio prima; Fagli fare mezzo giro; Ora a me sembra che vada bene...
Il mio documentario su Narni sembrava lo avesse ripreso uno con il Parkinson. Ma era Narni, bella anche mossa e balzante, dalla Rocca a piazza Caiola, catturata ballonzolando sui sanpietrini e rubando pose a preti e merciai, sindacalisti a crocchio, comunisti incazzosi, mazziniani severi e fascisti dall'aria torva. Ma soprattutto era il mio film. E la mia inquetudine in forma di presagio di quel giorno - che mi avvitò il cuore quando la ripresa finì come un dispiacere improvviso - ebbe la faccia di una vita che sarebbe stata in effetti schizofrenica in costruzione e dolente quando - tutta compiuta - avrebbe dovuto essere bella. Ma forse è solo adesso che credo di averle intravisto - all'epoca - quei connotati, come in un gioco di pentimenti e specchi che mi riporta al via con l'anima carica di tutte le cose già accadute.
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