Scandire il tempo coi baci è un modo come un altro per tenerlo a bada senza che dilaghi dappertutto e ti costringa incontinente. Un contatto sacramente osceno, mescolar salive, un'offerta di sé che fa benefico scandalo più di qualunque promessa di erotismo. Uno si ricorda i baci al cinema, sul sentiero di capannoni industriali che scende al fiume, sotto il salice a Piediluco mentre diteggia il temporale, nel querceto autunnale, sul lungolago di Como, nel giardino smunto dietro la stazione dei treni, anticipati da occhi innamorati, languidi, come a chiedere Posso? e sono baci scoppiati all'improvviso, sfioranti di bocche alle prime armi o lingue esperte che si legano, denti che mordono e tirano labbra e cozzare di incisivi e scuse e risate piccole e dopo riprender fiato solo per soffocarsi ancora e baciarsi infine i nasi e gli occhi e tutto è come bere senza dissetarsi mai. Non c'è pace per chi si bacia e non c'è nessuna cosa al mondo che in quel momento venisse offerta che potremmo preferire. Ogni bacio ha un tempo preciso che diventa allegra nostalgia nel ricordo. Ed è quel che serve a combattere la mostruosità di quel che accade. La mostruosità delle persone che giocano con la tua vita con l'indifferenza delle beghine e la stessa compassione dei manichini in vetrina se inciampi e cadi lungo per strada. Ho saccheggiato la memoria dei baci della mia vita fin qui, in questi giorni, come antidoto alla malignità. E ho scoperto la bellezza che suona dentro di me a rivederli uno a uno, la bellezza che si fa beffe dei burocrati, di chi non ha tempo di dirti le cose come stanno, di chi - peggio - te le dice quando tu non puoi fare più niente. Un accanimento vagamente criminale e scientemente stupido. Ma non fa niente. Perché la meraviglia dei baci che ho dato voi ve la sognate, e la luminosità del mio avvenire per voi è inconcepibile.
Scandire il tempo coi baci è un modo come un altro per tenerlo a bada senza che dilaghi dappertutto e ti costringa incontinente. Un contatto sacramente osceno, mescolar salive, un'offerta di sé che fa benefico scandalo più di qualunque promessa di erotismo. Uno si ricorda i baci al cinema, sul sentiero di capannoni industriali che scende al fiume, sotto il salice a Piediluco mentre diteggia il temporale, nel querceto autunnale, sul lungolago di Como, nel giardino smunto dietro la stazione dei treni, anticipati da occhi innamorati, languidi, come a chiedere Posso? e sono baci scoppiati all'improvviso, sfioranti di bocche alle prime armi o lingue esperte che si legano, denti che mordono e tirano labbra e cozzare di incisivi e scuse e risate piccole e dopo riprender fiato solo per soffocarsi ancora e baciarsi infine i nasi e gli occhi e tutto è come bere senza dissetarsi mai. Non c'è pace per chi si bacia e non c'è nessuna cosa al mondo che in quel momento venisse offerta che potremmo preferire. Ogni bacio ha un tempo preciso che diventa allegra nostalgia nel ricordo. Ed è quel che serve a combattere la mostruosità di quel che accade. La mostruosità delle persone che giocano con la tua vita con l'indifferenza delle beghine e la stessa compassione dei manichini in vetrina se inciampi e cadi lungo per strada. Ho saccheggiato la memoria dei baci della mia vita fin qui, in questi giorni, come antidoto alla malignità. E ho scoperto la bellezza che suona dentro di me a rivederli uno a uno, la bellezza che si fa beffe dei burocrati, di chi non ha tempo di dirti le cose come stanno, di chi - peggio - te le dice quando tu non puoi fare più niente. Un accanimento vagamente criminale e scientemente stupido. Ma non fa niente. Perché la meraviglia dei baci che ho dato voi ve la sognate, e la luminosità del mio avvenire per voi è inconcepibile.
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