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Sette centimetri l'anno


Se si parte si parta leggeri, che il giro sia dietro casa o del mondo, in 80 minuti o 80 giorni. Io quando parto raccolgo l'essenziale, cammin facendo comprerò quel che mi serve. Così oggi, che finalmente l'estate despota è arrivata: macchina fotografica, gomme americane, pochi spiccioli e via. È tanto che volevo andare a Civita di Bagnoregio, la città morente, costruita sul tufo dagli Etruschi 25 secoli fa. I calanchi ne erodono 7 centimetri l'anno, dicono gli esperti: una fine lenta, sarà ancora in piedi, più o meno come oggi, quando i miei nipoti - se ne avrò - saranno nonni. Ho sbagliato strada, come succede a chi guida pensando ai suoi sogni e a quella ragazza speciale e non guarda i cartelli. Son dilagato a Bagnaia, un tempo famosa per il mobilificio Petretti, poi finito in bancarotta e tragedia. Una signora con in faccia una ragnatela di rughe ma a suo modo bella usciva da una pasticceria. Le ho domandato la strada, mi ha spiegato che stavo andando da tutt'altra parte. A Vitorchiano - sciupate le mie monete in fumetti e Settimana Enigmistica - ho chiesto aiuto a un giornalaio. Vada lì e poi là, alla rotonda a sinistra e dopo segua i cartelli per le Grotte di Santo Stefano. E così ho fatto. Insomma sono arrivato dove volevo. Una vigilessa gentile, di quelle che ti salutano prima che lo faccia tu, mi ha detto dove potevo parcheggiare: duecento metri più in là ho trovato posto, tutto molto semplice e organizzato.
Bagnoregio moderna è carina assai ma Civita ha il destino malinconico del secchiello di sabbia rivoltato sulla spiaggia: sai che se lo lasci lì, la notte la marea lo sfalderà. Così è per questo fortilizio, solo che la notte dura tanti secoli e nessuno ha fretta di andarsene. Ci hanno anzi piazzato ristoranti e bottegucce di souvenir e c'è perfino una casa con scritto Vendesi: l'ottimismo della volontà. Prima avevo mangiato un
tramezzino, facendomi coraggio. Dal parcheggio c'è un migliaio di metri da fare a piedi sotto il sole. Ma non è quello che spaventa. A me preoccupava il ponte. E - maledette, fottute vertigini  - lo strapiombo sotto. Non c'è altra via, però, per andare fin dentro il ventre di questa cittadella che perde ogni giorno - come noialtri - un po' della sua vita. Ci ho pensato cinque minuti - lì all'imbocco del ponte, mentre tutti andavano e venivano disinvolti - ma aver fatto tanta strada e rinunciare non è da me, non ci sono tagliato. Così ho pagato il biglietto: un euro e mezzo per salire. E ho attaccato senza bici il Tourmalet. Mi sono guardato i piedi per tutto il tempo, le gambe sembravano dentro un frullatore, forse ho anche pregato (probabilmente l'ho fatto) e alla fine ho vinto la paura. In cima ho scattato foto, facendo il gradasso a pericolo - momentaneamente - scampato. L'unica porta di entrata, con due leoni scolpiti, si chiama Porta Santa Maria e subito appresso, sulla sinistra, c'è un negozietto di calamite con una commessa che esce dal suo grazioso antro e dà il benarrivato a tutti i turisti. Intorno ai ristoranti vivono gatti sazi e schifiltosi, c'è la casa di San Bonaventura, e un panorama spaventoso e magnifico. Qui d'inverno la bellezza dev'essere insopportabile. Ho preso un gelato caffé e fiordilatte e ho esplorato tutto. Ve lo confesso: ero agitato per il ponte da fare da su in giù, peggio della salita. Ho pensato di comprare la casa in vendita e fermarmi lì per sempre. Voi ci scherzate, ma per un attimo ci ho pensato. Ho preso a mia figlia - dalla commessa gentile - la calamita più bella: c'è una foto di Civita del 1965, quando costruirono il ponte. Nella foto un somarello che ci passa sopra. Il secondo somarello - io - si è deciso alla fine a scendere. Altre preghiere, voti alle potenze celesti, gli occhi fissi sulla punta delle scarpe, mano avvinghiata alla ringhiera. A metà ponte due ultracinquantenni si baciavano, appoggiati al parapetto, indifferenti al mio dramma. Ho detto Scusate, soffro di vertigini. Mi hanno sorriso e si sono scansati in tedesco. Dannati crucchi campioni del mondo, proprio voi dovevo incontrare? Però ce l'ho fatta, e coi piedi sula terraferma ho sorriso benevolo a quelli che cominciavano preoccupati la salita, come a dirgli Tranquilli, è una passeggiata. Alla macchina sono arrivato che sudavo come Nibali al traguardo di Parigi. Ma con lo stesso senso di trionfo. E la voglia una volta a casa di raccontare ancora la nostra vita che si smonta un poco al giorno, le frane invisibili sotto il pavimento, il coraggio che ci vuole a vincere picchiando duro le gare contro i nostri cari abissi.








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