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Il giorno dopo la festa

Hanno gettato cenere sopra il camino, soffocando l'ultimo fuoco. Noi eravamo già rincasati, gli altri si son fermati il tempo di fumare, tinti di buio non si vedevano più in faccia,  le sigarette piccole braci per capire dov'era l'uno, dov'era l'altro. Il viottolo, fatto soprappensiero di giorno, di notte diventa insidioso, senza parapetto com'è. Porta dalla radura al cancello; nelle tenebre è territorio - raccontano i sognatori, racconto io - di spiriti e animali selvatici: i primi sono sempre in ritardo a qualsiasi festa, arrivano che è finita, mugolano per il dispiacere e mentre andiamo via li scambiamo per vento; i secondi si acquattano nella boscaglia e aspettano che gli uomini passino per frugare sotto il patio se ci sono avanzi. Ogni compleanno è un rivedersi di maniera, epperò lascia il giorno dopo un'appetenza di rievocazione. Vorrei invitare tutti di nuovo e dir loro Quella di ier sera è stata solo la prova generale. Ristiamo insieme?
Insomma sono salito in collina, dove ieri la tredicesima nascita della mia ragazza è stata sobria e serena. Non si può pretendere di più, allo stato delle cose. Il giorno dopo la festa c'è un'aria feriale che levati. È un deserto dove i Tartari non si aspettano nemmeno più e le cose languono, inusate. Un campo di battaglia da cui han portato via i morti. Io, l'uomo perennemente in anticipo nelle cose stupide, nelle ragioni d'amore sono come gli spiriti alle cerimonie: arrivo a cose fatte e capisco tutto quando è troppo tardi.
Il vento ieri ha soffiato solo dal tramonto; oggi nel pomeriggio giovane già inarcava gli alberi che di cima si chinavano a spazzolare i tetti delle case basse. C'è un silenzio sano, in questo posto a 600 metri sul livello del mare, forse il canto di un dio muto; sta di fatto che dopo dieci minuti, se non sai placarti e darti un tempo diverso dalla frenesia, ti prende la voglia di ripartire in città. Siccome lo so, mi sono fatto violenza, stavo per incatenarmi a una seggiola, come Vittorio Alfieri. Ho fatto su e giù tra il pianterreno e le camere cinque o sei volte, per stancarmi con le scale. Ho preso in mano un romanzo di Giulio Leoni,  rovistato nella raccolta di Mister No, ingiallita dal sole che filtra e dagli anni. In camera i cuscini e la coperta di sempre. Un dermatologo mi ha rivelato che il 30% del peso di un cuscino sono acari. Ne ho inalati un po' - la mia allergia ha ballato la rumba -  e son tornato di sotto, in mezzo all'aia, come una lucertola, a leggere. È passato un aliante, acrobaziando sopra la mia testa. Ha squillato il cellulare, una tipa di una finanziaria voleva prestarmi dei soldi. Per fare cosa? -  ho risposto - Ho tutto quel che mi serve. Quella ha insistito il giusto poi ha capito che non era aria. È stata gentile, però. Un signore corpulento, dall'altra parte della rete, dove comincia un'altra casa, mi ha salutato: Ciao Otello! Gli ho fatto cenno di no, sorridendo. Ah non sei Otello? Scusa, ci ho il sole in faccia! È andato via, la coda tra le gambe. E comunque quale sole in faccia? - avrei voluto strillargli -  Sei cecato perso, altro che storie. Vedi forse Desdemona in giro?
Vorrei capire dove inizia il piacere e dove finisce il dolore. E se sono uno la continuazione dell'altro o proprio no, non c'è parentela. E per capirlo è una vita che faccio esperimenti sulla mia pelle. Torno nei posti dove sono stato bene quando so che non c'è più nessuno di quelli che mi han dato vita, e che per questa assenza ci starò male. Così ricordo tenero e realtà oppressa si mischiano come le creme del dolce delizioso che ieri ha fatto mia sorella. È pazzesco: alla fine vien fuori qualcosa che - contro ogni apparenza - è nutrimento e piacere.





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