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Forse mi tolgo la vita

Quando vado via vorrei tornare indietro - con la scusa degli occhiali lasciati sul frigo, dei Topolino scordati sulla finestra - e mettermi a sentire non visto cosa dicono di me quelli con cui sono stato fino allora. Specie se vai con l'anima appesantita, ché gli amici se ne sono accorti e appena non ci sei se ne chiedono il motivo, e raccontano: L'ho visto giù, o anche Non era lui, oggi, e pure - i più pratici - Avrebbe bisogno di ridere.  La terapia delle parole altrui è una mano santa, a patto che quelle che ti dicono siano le stesse pronunciate in tua assenza: a queste condizioni - rare - sono meglio di un antibiotico.
Nando Martellini
Capita anche che torni indietro e - nascosto al mondo - senti che nessuno parla. Sentire il silenzio dove sai che c'è gente - dentro una stanza, in una camera d'ospedale - mette un'ansia del diavolo. La gente non parla quando sospetta che colui di cui deve parlare è in ascolto e le cose che ha da dire sono troppo gravi e pesanti per il sacchetto fragile delle parole. In questo caso te ne vai - stavolta per davvero - preoccupato da morire. E appena puoi, fai il terzo grado al primo degli amici che incontri per fargli sputare tutto quello che il suo silenzio ti ha negato.
Io però amo il silenzio. Lo corteggio quando ho bisogno di sentirne la voce, che è come un guscio di anguria gigante per guadare un fiume di rumori. Mi ci sdraio dentro e arrivo asciutto sull'altra riva. E amo le pause, quando qualcuno smette di parlare e ti guarda e sorride e in quel sorriso c'è tutto il bene del mondo. Mi piaceva - per dire - quando i telecronisti antichi del calcio stavano zitti per venti secondi, o trenta, o ti dicevano appena il nome di chi toccava la palla, di chi tirava un corner. Mi piaceva perché quel loro silenzio tu a casa potevi farcirlo di battute e commenti con quelli che avevi invitato in salotto a guardar la partita. Il telecronista gentile lo sapeva che tu avevi bisogno di parlarne, e ti dava strada, come un veicolo lento su una viuzza stretta. Il silenzio è una parentesi dentro cui puoi toglierti la vita come una maglia sudata, metterla in ammollo, farla asciugare e poi indossarla di nuovo fresca e profumata. Oppure indossarne un'altra di ricambio, perchè una vita di ricambio ci vuole sempre e perché agli amici è sacro dare ogni volta il meglio di sé. Togliersi la vita -  in questo senso -  è bello: mantiene giovani. E le persone care diventano più care e il loro affetto - muto o parlato - rinvigorisce a vederti rinnovato.


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