
Casa mia è antica e come ogni casa antica piena di impronte. Le impronte della gente che c'è passata, ci ha soggiornato, dormito, fatto l'amore, discusso, pianto, giocato a carte, riso, imprecato. Detta così sembra che abiti in una bettola malfamata ma vi giuro che non c'è passione a stare in una casa nuova, è come vivere dentro il nulla, e che invece tutte quelle cose insieme (e molte altre) fanno l'anima di un posto, così come i giorni fanno tempo. Puoi imbiancare i muri, rifare i pavimenti, cambiare gli infissi, ma resterà sempre qualche angolo intoccato e identico a quand'eri ragazzino ed è lì che ti rifugi quando hai bisogno di malinconia. La malinconia è una fortuna, un antidoto alla modernità, non date retta a quelli che vi dicono che son sempre felici, che la malinconia è un danno: mentono o non sanno cosa si perdono.
Immalinconirsi è volersi bene, cercare tepore nel passato, sorridere al tempo nonostante abbia barato, addolcire le punte vive conficcate nella carne. C'è una ricerca struggente di questo stato d'animo che è favorita proprio dagli angoli di casa più vecchi. C'è una nicchia nella parte primitiva di dove son nato che è una specie di cantinetta naturale, fresca anche d'estate, entrarci dentro è rientrare nell'infanzia, un po' tenebrosa un po' romantica; la finestra di fronte, sbarrata, dà sul vicolo e il vicolo è sentiero di pensionati che vanno al minimarket e tornano con la magra spesa. Quell'ala - la parte alta, la cucina vecchia l'abbiamo sempre chiamata - è la dispensa dei romanzi d'avventura: Salgari, Verne, Stevenson; e di libri universitari del tempo in cui uno baratta la fatica dello studio con la fragile prospettiva di una vita come lui la vuole. Un tempo di illusioni, insomma. E lì, come altrove, in altre stanze, corridoi e porte che danno su ripostigli, antibagni, scale, terrazzi, saloni spogli e ambientini fitti di tavoli e sedie e conserve di pomodoro e composte di frutta e quadri con nature morte e centenarie macchine per cucire, lì c'è passata la gente che ho amato e ha lasciato impronte che solo io - pare - riesco a vedere. Sono riflessi fantasmatici, o parole che arrivano trent'anni dopo esser state pronunciate, o gesti della mano e sorrisi tuoi che han cambiato l'aria dov'era odore di chiuso e che mi affascinano adesso, per via del ritardo del mio amore ripetente. Ne vado in cerca come un rabdomante, di quello che hai seminato in questa casa. Trovo a volte dove nessuno immagina e guardo ciò che nessuno vede. Meglio così. Come il cellulare mi prende solo in quel mezzo metro quadrato di bagno, e tutti si divertono a chiedermi se son caduto nel water e invece sto lì con una tacca stenta a cercare il campo per telefonare, così, allo stesso modo, ispeziono ogni centimetro come un investigatore scrupoloso. Un capello, un'impronta digitale, una goccia secca di piacere su un cuscino, devono pur essere rimasti a testimonianza. Perché ho a che fare sempre più spesso col sospetto di averti sognata, con la difficoltà a capire come tu abbia potuto amare proprio uno come me. E ritrovarti, tangibile e invisibile assieme, colora la tristezza di una sottile speranza e mi dà modo di camminare dritto fino al momento in cui ti ritroverò tutta viva e intera.
Bellissimo, struggente, dolcissimo... Bravo Francesco, mi hai commosso! (Paolo Guerra)
RispondiEliminaGrazie Paolo, l'intenzione era quella, in effetti.
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