
Ogni tanto torno sulla terra, dalle mie esplorazioni svagate del cosmo, e mi tocca fare i conti con la realtà. Il genere (dis)umano mi marca stretto, certi giorni non c'è verso di dribblarlo. Conosco poche persone moleste, e faccio di tutto per frequentarle il meno possibile ma a scadenze fisse me le ritrovo davanti, non se ne vanno. Ce n'è una in particolare: una donna con cui non mi accoppierei nemmeno se me lo chiedesse il Papa per la prosecuzione della specie, nonostante non sia poi da buttare. È però il Bignami della cortesia ipocrita e dei luoghi comuni. Dice:
Devi proprio averci a che fare? Sì. Di rado per fortuna, ma sì. Amministra un potere così piccolo che - scritto - starebbe largo sulla ghiera di una fotocamerina, ma probabilmente si sente Al Capone. Fa battute a cui non riderebbero neanche le mie tartarughe d'acqua (quella sveglia, almeno; quella tonta forse sì) e farcisce le frasi di anacoluti involontari, la qual cosa non posso farle notare perché interpreterebbe la parola "anacoluto" per un'oscena profferta sessuale, e ho paura di una denunciaa. Cerca di parlare colto non avendone il talento (dice: i termini della questione
conflittuano) e fa citazioni storiche di quando
i Macedoni passarono le Alpi con gli elefanti. Detta così sembra una personcina innocua e simpatica, solo un po' in ritardo con gli studi, ma incarna l'arroganza di quelli che stanno dietro uno sportello, gli indispensabili, quelli a cui devi ricorrere, prima o poi, nella tua vita. E loro lo sanno, e ti tengono per le palle - se mi passate la finezza - e ti travolgono con la loro manifesta ignoranza - il linguaggio burocratico - sbandierati come un valore. Un valore caporalesco e invincibile, come le zanzare d'estate.
Sono tante, la gente così, direbbe quella signora. Svolgono lavori misteriosi e pieni di numeri, percentuali, conguagli. Godono meglio che a letto nel farti compilare carte bollate. Sanno che nella migliore delle ipotesi (e per usare una metafora) te non ne capisci un cazzo. Se ti fregano, come fai ad accorgertene? Usano toni acuti da soprano, ti sorridono fasulli come i soldi dell'autoscontro e appena esci - così come fanno le commesse villane dei grandi magazzini - parlan male di te al cliente successivo, come han sparlato a te del precedente. Senza un motivo, tanto per farlo. Magari non gli è piaciuta la maglietta che indossavi. Spesso attaccano bottone sulle questioni mondiali con sbalorditiva superficialità: ne hanno avuto sentore da Studio aperto, in attesa che li aggiornasse con dovizia di particolari sull'ultima sedicenne stuprata in una villetta della media borghesia. Vivono dentro uffici arredati con orchidee di plastica, fotocopiatrici in funzione h24, caramelline d'anice sulla scrivania, accanto alla foto dei figli, che han chiamato Hannibal e Jonathan. E poi hanno puzzle incorniciati appesi al muro. Non sottovalutate i puzzle appesi al muro: sembrano roba da niente ma mandano un segnale, sottindendono una presunzione di abilità, metodo, ostentazione. È il massimo che sanno fare, questi, incastrare tesserine fino a che non spunta l'immagine della Tour Eiffel, e la mostrano come l'effige che sintetizza il loro potere.
Così uno torna a casa stanco, deriso sottobanco, forse derubato. Ma anche con la platonica fierezza di essere diverso. E in un mondo di eguali - corrotti e corruttori, burocrati sgraziati, baroni,
massoni, pirati di Stato, della strada e del web - la diversità è davvero l'ultimo pezzo di cielo blu che ci conviene difendere.
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