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Come Paolo e Francesca

la camera di Paolo e Francesca a Gradara
Ci ho messo un po' a capire che i piccoli traguardi sono meglio dei grandi ideali. Sia perché i primi danno un piacere minimo e costante, mentre i secondi solo ansia e un orizzonte che non si avvicina mai. Sia perché a saperla prendere, anche la vita più indesiderata ha scaglie di bellezza. Io sono stato ad Auschwitz e ne sono uscito vivo quando avrei pagato per diventare fumo dentro un camino. Una volta a casa, ho dovuto fare i conti con lo scempio: nessuna cosa era più al suo posto, tutte le belle abitudini morte -  dalla colazione della domenica alla doccia insieme quando eravamo soli, al guardarsi in faccia zitti finché non faceva notte e rassicurarsi accanto pur senza vedersi. Il mio progetto di futuro è stato - per due anni - tornare al passato. Sarebbe bastato salire fino al quattordicesimo piano del palazzo dove abitavi e fare come quelli che allargano le braccia per vedere se il vento li regge. Male che andava non ti ritrovavo ma finiva lo strazio.
Ho deciso che no, che voglio capire che succede domani, scoprire se sei morta per caso o per un destino architettato. Dei due, non potevi morire che tu per prima, perché rimane in vita sempre il più debole, quello che proprio non ce la fa a stare da solo. Fa parte del sadismo di dio, immagino.
Come che sia, i piccoli traguardi sono fondamentali, sono come le fiaccole ai lati di un sentiero scuro, quando vai a una festa che non sai la strada. Ammesso che alla fine del sentiero una festa ci sia. Vale comunque la pena di farci un salto: ben vestito, nudo o con la t-shirt dei Pooh fa lo stesso. E allora la scrittura diventa indispensabile, è come quando da adolescenti ci strizzavamo i punti neri sul naso per presentarci decenti al primo appuntamento. La scrittura spurga e ripulisce, lo scrittore è una lumaca dentro un bacile d'acqua. E poi aspettare un disco formidabile che sai uscirà a momenti, eccolo un altro traguardo; o intervistare un artista che stimi; scoprire la bellezza di un libro che non conoscevi e invidiare un po' l'autore perché è forte, e te non riesci a scrivere come lui. E pure: intercettare altri occhi che potranno innamorarti, chissà, pur sapendo che non sono i suoi. Ma che magari è lei che li ha incoraggiati a guardarti. Ecco tutta 'sta roba e altro ancora, attimo per attimo, troviamo per via, se sappiamo dosare la velocità e renderci credibili al mondo, col rispetto per il nostro sacro passato e la tigna per lottare su ogni palla.
D'altro canto l'impalcatura delle nostre vite è finzione: diciamo la verità e tutto crolla, e precipitiamo. Finzione come la stanza di Francesca da Rimini, a Gradara, che giurano sia proprio quella dove lei e Paolo Malatesta furono infilzati - come noi dall'invidia di dio -  da Gian Ciotto. Ma forse non lo è. Conta solo, però, che potrebbe esserlo. E gli uomini hanno sempre preferito il potrebbe alla verità Ecco perché scrivo romanzi. Perché tutti credano - o fingano di credere -  reali le mie invenzioni. Compresa la mia storia d'amore con te, che a furia di parlarne smetterà di divorarmi e diventerà fiction per i lunedì di rai uno. Innocua, analcolica materia di dibattito nei talk-show dei pomeriggi d'autunno.










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