
Quando eravamo ragazzini giocare a pallone era un'impresa. Ci sloggiavano dal campo, qualunque fosse: la piazzetta davanti casa, un prato incolto che fingevamo san Siro, il cortile di un ospizio chiuso per debiti. Entrava l'estate e noi uscivamo. Avevamo appena riposto la roba di scuola col suo odore di maestre secche, gesso e lisoformio, che subito ci pigliava la smania alle gambe ed eravamo per strada. Si viveva senza paura, con la bellezza del giorno lungo di luce e la prospettiva che a sera avremmo mantenuto lo stato di grazia in terrazzo: lì sopra, al chiaro del lampione assediato da falene matte d'amore, ci aspettava la sedia di plastica e il seguito a fumetti dell'avventura coi comancheros. Avevo pochi anni, e a pochi anni hai necessità di costruirti attorno fortini di benessere, da abitare uno dopo l'altro, per non rimanerne mai sprovvisto.
C'è che casa mia si spalanca in un tratto di vicolo che è come un'ansa di fiume: placido s'allarga col suo asfalto grumoso e a una certa altezza va giù in discesa, tipo cascata docile. Lì facevamo campionati interi in un pomeriggio, girone di andata e di ritorno, di norma in tre.
Mettiti in porta, ordinavano a me che ero il più piccolo - la porta di una cantina il cui proprietario non vedemmo mai - ed ero portiere nello stesso tempo dell'uno e dell'altro, e già allora faticavo a far squadra - un solitario - e in fondo non mi dispiaceva. O se eravamo in quattro - se il fratello di uno di quelli arrivava dall'osteria del nonno Gualtiero, là vicino - era partita seria a portieri volanti, e allora sì che avevo una squadra. Ma si può essere squadra solo in due? Hai voglia! La mia vita, finché ha potuto, si è consacrata a 'sto concetto.

Giocavamo dal dopopranzo fino a cena.
Dopo pranzo la gente dorme, Francé.
Sì mamma, facciamo piano. Non facevamo piano, eravamo degli esagitati, dopo nove mesi incastrati nei banchi. Come un astinente quando ricomincia a fornicare. Tre vecchie sorelle senza marito (o coi mariti morti, vatti a ricordare) da una mansarda diroccata ci tiravano in testa acqua di vasi, terra e mollette per i panni. Noi piegavamo aeroplani di carta, ci scrivevamo sopra cose sconce e li facevamo decollare fin lassù. La faccenda s'imputtaniva quando chiamavano le guardie: arrivava Indiano - credo fosse un soprannome: era scuro di pelle, - un vigile urbano sosia di Aldo Fabrizi, di buon cuore e burbera scorza, che tuonava baritonale:
Che è 'sto casino regazzì? A quest'ora la ggente vorrebbe da dormire! e ci sequestrava il pallone. Al comando dovevano avere una cinquantina dei nostri palloni. Ogni tanto, oggi, mi vien voglia di entrare e vedere se ci sono ancora, in qualche scantinato. Ma noi ne avevamo sempre uno di riserva: il Super Tele, che regalavano dentro la retina con la scatola dei formaggini Bel Paese - s'avventava che era una meraviglia: troppo leggero - e ricominciavamo appena passata l'ispezione.

Si cresceva così, selvatici.
Oppure, quando faceva davvero troppo caldo, o anche il Super Tele ce l'aveva Indiano, o era finito tra le mascelle di un cane, o era corso giù per la cascata docile zompasaltando fino alla Flaminia ed era esploso sotto una macchina in corsa, o s'era perso in fondo alla Lost Higway del cinema Leonori, o scavalcando il muro di cinta - a lato della locandina di Ultimo tango a Parigi - era morto negli orti, ci davamo una calmata e giocavamo al giro d'Italia. I tappi della birra li portavano i nipoti di Gualtiero. Li sniffavamo, per sentirci adulti; esalavano l'ultimo alito d'alcool: era inebriante. Ci scrivevamo sulla gomma i nomi dei ciclisti - Gimondi, Eddy Merckx, Baronchelli - e col gesso disegnavamo per terra il pavé. Insomma, il pavé... Ci voleva coraggio a chiamar così quella schiena di mulo bucherellata e scabra. Ma a parte forse la sporcizia sotto le nostre unghie, con le quali a spizzico lanciavamo quei tappi fino al traguardo, non avevamo altre ricchezze nell'anima che la fantasia, magnifica ingannevole consolatrice.
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