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Com'erano venute buone le canzoni nella primavera del 2014


"Scriva, scriva - mi incoraggiò un vecchio professore quand'ero ragazzo. - Vedrà che qualcuno apprezzerà". A parte che aveva fini pratici, cioé un'assunzione da parte di qualche giornale in un'epoca in cui m'ero messo in testa di fare il cronista (poi, alla fine di una lunga serie di telefonate con un caporedattore truffaldino che oggi pubblica libri a pagamento, per fortuna ho desistito), il consiglio fu abbastanza profetico. E da allora non ho mai smesso di scrivere, pur con lunghe pause tra una volta e l'altra. Il segreto, non è una novità, è scrivere di ciò che si conosce e di ciò che emoziona. Tutto il resto è artificio, e il pubblico scafato se ne accorge. E allora son sempre partito da un'emozione, e dell'arte che non mi capitombola lo stomaco - pure se è sacrilego dirlo, pure se stan tutti  lì in adorazione - non me ne frega niente. L'emozione è il termine di paragone, intuizione che pesa più oro di tutti gli aforismi dei poeti cool - dietro i cui pseudonimi si celano tanti cloni di Federico Moccia - che leggo su fb. Ma sto divagando: è un'arte anche questa, del resto. L'emozione di 'sta botta è un album di canzoni: Musica per un incendio, di Mario Castelnuovo. Arriva nove anni dopo il precedente di inediti. Come dire che se la prende calma. Ora io non lo conosco, Castelnuovo. Anni fa gli mandai una mail per un'intervista in radio e non mi ha mai risposto. Se fossi uno di quei livorosi recensori che affollano blog e giornali dovrei stroncare il suo disco solo per questo. Ma non lo farò. Un po' perché questa NON è una recensione vera e propria: niente tecnica, solo battiti di cuore. Chi cavolo scrive una roba così, a parte i sognatori? Poi perché NON sono un recensore. Non più di quanto la Berté non fosse una signora, almeno. Non ho le stimmate del critico musicale. Mi danno anzi un po' sui nervi quelli che giudicano ciò che loro non sarebbero mai neanche capaci di immaginare.
L'emozione che mi danno le canzoni di Castelnuovo, di cui mi picco di conoscere tutti gli album, avendo i primi in vinile e poi i più recenti in cd, nasce dal linguaggio delle strofe, letterario senza essere snob. "Certi mannaggiano i santi", scrive in Gli angeli, neologismo troppo dantesco per non folgorarti. Oppure canta "Ho piantato dei fiori come l'artificiere/che posa le sue mine e aspetta l'esplosione", in Mandami a dire. E racconta (A Certaldo fa freddo) del lascito di un cappotto che Petrarca dona a Boccaccio. Fantastico, no?
Fanno bellezza quelli che sanno ancora manipolare le parole, giocolierarci non per stupire con la tecnica ma per fermarti un attimo il respiro. Mentre sei in macchina, o in casa, mentre cucini. Mentre rassetti, e aspetti che tua figlia chiami e dica "Sono arrivata, papà, va tutto bene". Danno speranza, certe canzoni, combattono il suo contrario, anche etimologico: la disperazione,  la sospendono, come un cattivo scolaro. Poi lei riprende. Ma intanto l'hai messa nel sacco, qualche ora.
Tutto qui. E non crediate sia poco. In mezzo a tutta la musica indefinibile che ci spacciano per necessaria, c'è ancora una musica coerente e fuori moda e scandalosa che brucia il nostro torpore di smaniosi, inconsapevoli dormienti. Come un incendio, fa cenere del fatuo e fertilizza l'anima in vista di un nuovo inizio.



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