Tre o quattro volte ho sentito voci di morti. Non dentro la testa, dentro le orecchie. Una, a campione, antica: mio zio, il fratello di papà che da bambino mi dava lezioni di pianoforte, se n'è andato nel 1995. Pochi giorni dopo il funerale, avverto distintamente la sua voce che mi chiama. Ero a casa, solo. Di pomeriggio. Nessuna tv accesa, niente radio. Condominio deserto, mi affaccio dal balcone e in strada non passa nessuno. L'ho fatto per fare: ero strasicuro che fosse la sua voce. Il tono era allegro, come di chi fa il tuo nome a mo' di saluto gentile, indugiando un po' sulle vocali, per vezzeggiarti.
Un'altra volta - più recente - ero in montagna coi miei, a Ortisei. Facciamo conoscenza con una famiglia di veneti. Simpatici, alla mano. Specie il nonno: gioviale, energico. Giovanile, soprattutto. Disse di avere 70 anni ma ne dimostrava dieci di meno. Una sera ceniamo insieme, allo stesso tavolo. L'indomani questo signore torna in città e lascia in vacanza figli e nipoti. Ci dice Risalgo fra una settimana, facciamo un'altra mangiata, e giù una risata, strette di mano. E parte. Quando ricompare è un altro uomo. Son passati sette giorni ma sembrano sette secoli: è ingobbito, ragnatele di rughe in faccia, non ce la fa a parlare. Penso a una malattia improvvisa, devastante. Dico a mio padre Hai visto com'è ridotto? Sembra che ora abbia cent'anni. Perché? - mi fa lui - anche l'altra settimana era così. Così come? - gli chiedo io. Cadente!, replica. Ma stai scherzando? Sembrava un giovanotto! E lui: Ti sbagli, a me pare come domenica scorsa. Ora: non mettetevi mai a discutere con mio padre, alla fine ha ragione lui e ti liquida come tu fossi un babbeo.. Ma io non ci ho dormito per tre o quattro notti con la faccia di quel vecchio che mi si spalancava in mente appena chiudevo gli occhi.
Altra stranezza - più contemporanea - mi succede in radio. Quando vado in bagno, capita che la luce si accenda da sola. Niente cellule fotoelettriche, o come si chiamano. L'appartamento dove ha sede TNA l'hanno costruito gli austro-ungarici, credo, quindi non è cosa. Il fatto che mi sconvolge è che la luce si accende impercettibilmente prima che io col dito sfiori l'interruttore. Ho pensato a un filo scoperto, a un contatto, ma non ce ne sono. La prendo a ridere, se la luce si accende prima che io pigi il pulsante dico Grazie ad alta voce, chiudo la porta e faccio pipì.
O infine - è capitato più volte - vedo una cosa buffa quando mi sveglio di soprassalto. Nel mio letto, in camera mia. Chi è attorno a me a vegliare il mio sonno non fa in tempo a svanire del tutto, mi sa. Resta un vento, un alito che muove le cose: il foulard sull'appendiabiti, in genere. Si muove per un istante, come per un pigro scirocco. Ma riesco a vederlo. E ogni volta che succede una cosa del genere, dentro, anziché spaventarmi sorrido. La paura non esiste. Io, quanto meno, non ne provo.
Non riesco a spiegare tutto: il vecchio di Ortisei è rimasto un mistero. Ma il fatto che questi piccoli sorrisi dall'ignoto mi diano pace e non angoscia - come benevoli fantasmi affettuosi - qualcosa vorrà pur dire.
Una canzone in tema: Paranormale (Enrico Ruggeri)
https://www.youtube.com/watch?v=qU5D3PVNCvI
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