
Mi piaceva restare in tabaccheria con mio padre, la sera del corteo storico, fin quasi a mezzanotte. Entrò Sergio Castellitto, una volta; un'altra Marcello Mastroianni. E poi facce diverse dal solito e parole toscane e venete, marchigiane e ciociare: turisti a prendere le Marlboro lights, cartoline, gomme da masticare, a chiedere dove mangiare, che le hostarie scoppiavano. La folla densa, stanca di una stanchezza soddisfatta, mi rendeva orgoglioso della mia città, della sua bellezza, che rimane nel cuore anche se non ci sei nato. Altri posti li ami solo perché ti ci han partorito; Narni ti innamora anche se vieni da un'altra meraviglia, non c'è posto più bello per vivere. Appoggiato al Pozzo della Comunità ti ho baciata e prima, forse nella stessa posa, avevo baciato un'altra di cui non ricordo il viso, solo il nome, ma non te ne feci parola. Le fiaccole profumavano l'aria di fuoco e resina e i cavalli scartavano e mia madre diceva Vieni dietro che il suono dei tamburi li innervosisce. Io volevo vedere il corteo davanti a tutti e non avevo paura degli zoccoli: ma erano imponenti quei purosangue, bardati con i lenzuoli delle casate e alla briglia ferrea dei capitani di ventura. Alla fine salivo in casa. Arrivavano parenti e le stanze si riempivano di voci familiari. Le finestre si spalancavano e entrava il clamore della notte medievale. Sul terrazzo, in venti a guardar la sfilata, ci si stringeva e qualche cugino grande portava ogni volta una compagna più bella, spesso poco vestita. Lo invidiavo da morire. Eccola! Spuntava dalla curva della Memoria la magnifica coda di gentiluomini, falconieri, musici, donne pittate, burocrati, giocolieri, sbandieratori, cortigiane, soldati in cotte di ferro. Lunghissima, abbracciava Narni come una cintura di storia. Mio padre riconosceva sotto gli abiti trecenteschi l'idraulico, il carrozziere, la moglie chiacchierata di qualcuno. Abitavo a Fraporta, ma al confine. Se allungavo il braccio fuori dal terrazzo dilagavo a Mezule e allora mi sentivo un po' guelfo e un po' ghibellino. Mi son vestito da cavaliere, una volta; un'altra da vescovo e una terza da morto di fame. Nel medioevo i morti di fame abbondavano: non come oggi ma quasi.
Il vino fatuo delle hostarie mi ubriacava al primo bicchiere, ma si sposava a meraviglia con la pizza dei forni, bui come i secoli ricostruiti in festa, bianca di sale grosso e verde di rosmarino.
La domenica si andava al campo di gara in un modo, si tornava in un altro. Magari scendevi preoccupato e tornavi festante; o andavi speranzoso e risalivi con le pive nel sacco. Ma si cantava anche nella sconfitta e poi - più grandicelli - si faceva l'amore: per festeggiare, o per consolarsi. Non lì in strada, voglio dire dopo, in casa. Io ero contento come sanno essere contenti quelli che frequentano poco le piccolezze del mondo. Ero contento per Narni, perché era amata. E non conta che sia diventato grande. Quando - come oggi - divampa la festa, io ricomincio a viverla con gli occhi più innocenti che posso.
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