Voi ci scherzate ma io ci sono stato male qualche anno, prigioniero di queste schizofrenie. Adesso non ricordo precisamente quando son cominciate. Tra le elementari e le medie, direi. All'inizio come un soprappensiero, una nube sottile a far cadere una chiazza d'ombra sulla mia vita di ragazzino. Poi pian piano han preso dimora dentro di me. Ci stavano bene, mangiavano a sbafo pezzi d'anima, dormivano qualche giorno e quando si svegliavano erano di nuovo affamate come lupi.
Lo confessai a mia madre: "Te non esisti", lei non capiva e io non sapevo come farle capire che temevo di essere dentro una pantomima, un'immane recita di cui mi sfuggiva il motivo ma non l'evidenza: era lì, potevo toccarla. Il fatto che lei non capisse faceva parte del gioco, questo era chiaro. Forse è nata lì la mia incornatura di narratore surreale. Magari era egocentrismo: non puoi ammettere che miliardi di altre persone vivano la loro vita se tu non ne fai parte, se non sanno nemmeno che esisti. Quindi devono essere invenzione. Detta così sembra una cosa scema che poi passa, come passano mille altri pensieri inconsistenti. Ma se tu trascorri molto tempo da solo perché un po' ci sei nato col talento da misantropo, un po' ti ci hanno cresciuto, beh, alla fine quei fantasmi te li ritrovi addosso. Tu li detesti ma loro ti si piazzano in casa e non se ne vanno. Non se ne vanno anche perché nessuno ti aiuta a cacciarli. Come fanno, se tutti quelli che potrebbero aiutarti son proprio quelli che vorresti smascherare? La mia infanzia è stata così, qualche volta peggio. Poi crescendo quella certezza di finzione costruita si è smagrita e infine è scomparsa. Oggi vorrei che fosse di nuovo realtà. Così tu da qualche parte - dietro le spalle, sotto casa, in un albergo al mare - mi staresti aspettando con le braccia aperte e il tuo sorriso giovane a dirmi che il dolore non è vero mai, non esiste, è solo un sospetto infondato che col tempo tradisce tutta la sua inconsistenza.
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