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Ho insegnato a mia figlia la malinconia

Ho insegnato a mia figlia la malinconia, fin da piccola. E forse ho fatto male. Non vorrei che da adulta vivesse la stessa mia vita cordialmente scontrosa e trovasse negli oggetti del passato, nei posti abitati un tempo, motivo di rimpianto. Ma ce l'abbiamo nel sangue, queste tossine di memoria, e non riusciamo a espellerle, né io né lei, me ne accorgo dai discorsi che mi fa già adesso.
Camminavamo nel giardino di un paese di collina, nove, dieci anni fa. Avrà avuto tre anni. Era febbraio, le stesse sciabolate di freddo di ora, lei imbacuccata e ritrosa alla sciarpa, io a coprirla per non sentire poi i rimproveri della madre. Uno slargo rotondo di cemento e in mezzo uno spicchio di luna, disegnato per terra. Se andavamo in quel giardino, finiva sempre lì sopra perché sotto è vuoto e la voce faceva un'eco sorda: ci si divertiva. Io intanto le parlavo della madre che ci aspettava a casa, - ci aveva cacciati amorevolmente due ore prima per sfaccendare - di quante battaglie avevamo combattuto contro le nostre famiglie - da fidanzati - per poter stare insieme. Una mia fissa è stata sempre quella di nascondere un oggetto minuto - una conchiglia, un bottone - in un posto in cui vado solo di tanto in tanto: dietro lo specchio di un bar sul mare, nell'orto di una casa di amici. E vedere se quando ci torno quell'oggetto è ancora lì, esattamente come l'avevo messo, e se nessuno l'ha trovato. Se nessuno l'ha trovato, quell'insignificante cosa è stata una scheggia di me stesso lasciata ad aspettarmi in un posto alieno. Una specie di ospite segreto. Una cimice che non registra nessun suono ma testimonia solo che là c'ero stato e che ci sarei tornato. Una cosa da fare solo nei posti dove sei felice. Serve a illudersi di fermare il tempo, e di poterlo riavvolgere fino a un'epoca di benessere.
Le raccontavo questa innocente mania e credevo fosse troppo piccola per capire. Mi lasciò parlare poi raccolse una ghianda da terra e disse "Eccolo, il nostro ricordo. Per quando torneremo qui". Trovammo un buco in un albero e lei decise che voleva metterla lì dentro. "Come facciamo a riconoscere che è proprio la nostra ghianda, quando torneremo?", le chiesi. Strappò un filo dalla sciarpa e lo arrotolò stretto attorno alla ghianda. "Dici che regge?", mi domandò. "Sono sicuro di sì", le risposi. Non ci siamo più tornati, non insieme, almeno.
Oggi sono andato in quel parco, mentre lei era a basket. In questi dieci anni son capitati meraviglie e orrori che non smetterò mai di raccontare, sennò muoio. Ma a parte questo. Ho messo un dito nel buco dell'albero. C'erano altre ghiande, le ho tirate fuori. Nessuna con un filo rosso attorno. Temevo di rovinare la dispensa a uno scoiattolo, così ho rimesso tutto a posto. Ho fatto tre passi, fino alla luna disegnata per terra. Ho cantato ad alta voce un pezzo di una canzone di Locasciulli, una ballata che ad Ale piaceva suonare con  la chitarra. Poi mi sono rimesso in macchina. In quella, ha preso a piovere.
E son tornato al 2014 senza altri esorcismi da dilettante sentimentale.








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