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Morbosamente fratelli

I ricordi col tempo si spengono, e questo si sa. Il bisogno di ricordi invece aumenta e bisogna fare qualcosa per soddisfarlo, come per esempio tornare sui propri passi. Non solo metaforicamente, ma proprio caracollando in carne e ossa sui posti del passato. La mia scuola elementare, a Narni, l'altro giorno, era come mi chiamasse; la città scuriva nella sera e  - quasi sparita -  l'ho camminata col passo sicuro di chi la conosce e l'ama. O meglio: di chi  l'ha amata e lasciata, come si tradisce - dissennatamente - una donna magnifica. Lì davanti a Sant'Anna il difficile è stato fare ordine nei pezzi di passato che scappando si calpestavano l'un l'altro: una ressa di immagini impazzite. C'era un odore di cucina perenne, all'epoca, nell'atrio. Non un buon odore: minestroso, ammuffito. Ci facevano far gare a chi sapeva meglio i verbi, spesso tornavo a casa con una medaglia che il giorno dopo dovevo restituire. Era sempre la stessa, per tutti e venti che eravamo. Un giorno non so più chi mi spinse addosso alla lavagna e ruppi la cassetta della cancellina. La maestra mi costrinse a reggerla mentre lei la inchiodava e tutti mi sbeffeggiavano. C'era un salone dove giocavamo a tirare più lontano possibile le figurine dei calciatori, poggiandole sui ginocchi e facendole schizzar via colle dita. Chi andava più lontano vinceva tutte quelle per terra. E un cortile dove all'intervallo giocavamo a pallone, ma solo se non era occupato da quelli delle medie, che a volte ce le promettevano, a volte ce le davano.
Il Nera ruppe gli argini, un anno. Sotto le finestre sembrava fosse arrivato il mare. Per andare a scuola scendevo fin nel meridione della città; viceversa, all'una la risalivo, il Comandante Mark da comprare in edicola con le duecento lire della paga settimanale e una cartella rettangolare in spalla, da viaggiatore di commercio. Non so più che fine abbia fatto: mia madre non ha tanta smania di passato e ha sempre buttato ogni cosa non fosse più necessaria. Io conservo anche gli scontrini del cinema: le cose morte, o quelle utili una volta sola, mi commuovono la memoria. La prima cosa che ricordo di aver scritto a scuola è una data: 1972. Non ho idea di che giorno fosse, né che mese. Ero in prima, avevo cinque anni. Il primo disegno fu quando ci dissero di fare una cornice sul quaderno: ne feci una molto piccola e la maestra disse che era brutta e che non avevo capito. Il primo errore pubblico della mia vita.
Spaventa rievocare anche solo per sommi capi quante cose son successe in questi quarant'anni, personali e universali, che han sconvolto me e il mondo. E forse è un errore, soffermarcisi troppo. Ma è difficile evitarlo, specie se considero che in quest'epoca ho vissuto la bellezza e il dolore più grandi che si possano sopportare; e se mi punisco a ricordare che la prima volta che uscimmo insieme, di ritorno a piedi da un concerto, una domenica d'aprile, ti feci passare proprio davanti alla mia scuola. Per amore, credo. Per farti capire che il mio passato era cominciato lì, ed era tuo. Per legarlo al presente e al futuro, anch'essi infrangibilmente tuoi. Sapevo di consegnare in buone mani tutto quel tempo.
Resta il fatto che a cinque anni -  mentre scrivevo quella data su quel quaderno, mentre tutto ancora doveva accadere e mentre tu, più piccolina di un anno, a pochi chilometri aspettavi all'asilo che tua nonna venisse a prenderti - quei due mostri - bellezza e dolore - non sospettavo nemmeno che esistessero; tantomeno che fossero così malignamente fratelli. E che - di comune accordo - si sarebbero così morbosamente, oscenamente, affezionati alla mia vita.












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