
C'è un periodo preciso - una dozzina di giorni tra la prima e la seconda metà di ottobre - in cui ogni anno, appesi ai terrazzi, trovi assieme gli asciugamani del mare e le trapunte d'inverno, pronti a darsi il cambio come sentinelle sul confine di stagione. Questo han di buono i momenti di passaggio: che ci fanno nostalgici del tempo - perché solo del tempo si può esserlo: i luoghi che ci stan dentro sono incidenti - e lieti d'aver passato indenni altri anniversari.
Stavo a Piediluco oggi, nell'ora d'aria e di libertà da tutti e tutto che ogni tanto mi concedo. Qui sono stato bene in tempi lontani e recenti, con persone così straordinarie da essere amabili nel modo più forte che so. Non so se è un modo forte, il mio, di amare, rapportato a quello d'altri. So che è senza risparmio e bugie, è il mio record del mondo. Ma a parte questo. Ho guardato il lago, un mare piccolo, a misura della mia nostalgia: troppa uccide o impedisce di vedere avanti. Perché della nostalgia devo vedere la sponda opposta, delimitarla, capire dove finisce. C'è - è vero - un cammino da
fare, gli occhi van tenuti sulla strada. Ma ogni tanto si guarda
indietro, nello specchio retrovisore. Per capire dove vado
devo ricordare da dove vengo, le lacrime, gli agguati della gioia che
mi fece scoppiare il cuore, il terrore, lo schifo, la merda che mi han
raccontato i medici, l'insonnia, le implorazioni al nulla. Tutto è
incancellabile, tutto mi ha costruito questa speranzosa infelicità che
mi porto dietro.

A Piediluco c'è un bar dove passammo un intero pomeriggio a mangiare il gelato. Mia figlia prendeva ancora solo il latte della madre.Stava nel passeggino. Mentre Ale era distratta le misi davanti alla bocca un cucchiaino di vaniglia e cioccolata. Leccò un po', fece un po' di smorfie, poi le si allargò un sorriso sbafato e io non potei finire la mia coppa. Mia moglie mi avrebbe affogato nella spiaggetta davanti. Oggi che son passato quel bar era chiuso, le serrande abbassate, le sedie appilate e incatenate una all'altra. Un senso di decadenza, se non fosse che le voci degli ultimi avventori settembrini ancora si sentivano nell'aria. O almeno così m'è parso. Ho camminato tutto il paese, ho bevuto con la mano concava alle fontanelle, un matto mi ha salutato:
Ciao Alberto!, chissà chi gli ricordavo. Alberto, probabilmente. Sono salito e ridisceso con nelle orecchie le canzoni di Bersani: quando mi prendo le fisse mi prendo le fisse. Volevo comprare da leggere - tanto per cambiare - ma l'edicola era chiusa. Ho sorriso ricordando le parole di mia figlia, oggi, all'uscita di scuola:
La prof ci ha detto di inventare una storia. La protagonista l'ho chiamata Mirka, come la ragazza del tuo romanzo. E basta, senza specificare
Sei contento? Senza ruffianerie. Una frase secca come una sentenza. Ho retto il gioco, ho risposto
Davvero? - fintamente distratto, essenziale, ma mi veniva da piangere - e poi abbiam parlato del pranzo. Così, mentre riscendevo per i tornanti, col sole calante a ore quindici, ho tenuto a mente che la felicità che mi danno le cinque o sei persone che amo davvero - l'orgoglio di essere amato da loro - non potrà mai scalfirla nessuna fottuta malinconia.
che bello quel sole che illumina le nuvole!
RispondiEliminaBella foto e parole che risuonano dentro.
Ciao!
grazie, la foto l'ho fatta al volo col telefonino, è venuta bene per caso, l'ho lasciata. Ciao
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