Un poco più grandi salivamo in macchina alla casa di campagna disabitata. D'inverno si gelava, ci infilavamo a letto vestiti alle tre di pomeriggio, ci levavamo giusto le scarpe, le lenzuola erano fradicie. Aspettavamo che scendesse la notte collinare, alle quattro e mezza era già buio e ci toglievamo un indumento ogni venti minuti. Verso le sei eravamo pronti a far l'amore: ero ubriaco perso di lei. Guardarla era grandioso, credo di aver capito cosa sia la bellezza ammirando il suo corpo acerbo accanto al mio; ci guardavamo senza dir niente, finché il buio ci faceva scomparire l'una alla vista dell'altro. Allora veniva a sdraiarsi sopra di me, impacciata e tenera, e io pensavo che sarei potuto morire in quel momento senza nessun rimpianto. Facevamo un amore inesperto, senza malizia; una pausa e poi altre tenerezze, più adulte, prima di rivestirci scaldando gli abiti davanti alla stufa elettrica. Nel buio sentivo la sua pelle dappertutto, la sua voce dirmi Ora stai fermo, tesoro, e tieni le labbra chiuse, il suo alito di primavera a un centimetro da me, la bocca che si schiudeva pudica a baciarmi.
In macchina, a scendere malinconicamente verso casa, sembrava un fiore stropicciato, le guance arrossate, gli occhi innamorati. Parlavamo di vita insieme, per sempre. Di non fare l'università, trovare un lavoro, per stare più presto accanto. Insisteva lei, soprattutto. Forse un presagio, chissà. Fretta di vivere. E io che non sospettavo che aveva già visto il suo sogno cadere in pezzi giovane e pretendeva allora e non domani il suo diritto alla felicità.
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