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Ecco perché amo il buio

Il primo giorno di ora solare, il buio in anticipo rispetto a ieri; puoi guardare dentro le finestre dalle luci accese e vedere come vive la gente. Ad Alessandra piaceva, quando andavamo a zonzo per mano fino a sfiancarci, senza neanche una bicicletta per fare più veloce. Il sabato pomeriggio, qualunque cosa succedesse al mondo, esistevamo solo noi, appiedati e lenti, tra la periferia e il corso. E comunque a lei piaceva sbirciare dentro le case. Non era invadente, le piaceva perchè la sua famiglia era rissosa, scollata. Voleva vedere se altrove fossero stati più fortunati. Il buio ci mangiava i piedi, a un certo punto. Allora per rassicurarci seguivamo chiazze di luce per terra, tuffate dai lampioni e dai negozi. Io cercavo di portarla al parco, su una panchina nascosta tra gli alberi, per trovare un passaggio tra tutti quei vestiti che aveva indosso e arrivare con la mano a carezzarle il seno. Quando ci arrivavo era solo per sfiorarne la carne, si ritraeva sorridendo, si ricomponeva se sentiva lontano dei passi. Non ricordo nella mia vita un'emozione più urgente, più perfetta, di quella cosa proibita, di quello sfiorarle i capezzoli per un istante. Avevamo 17 anni.
Un poco più grandi salivamo in macchina alla casa di campagna disabitata. D'inverno si gelava, ci infilavamo a letto vestiti alle tre di pomeriggio, ci levavamo giusto le scarpe, le lenzuola erano fradicie. Aspettavamo che scendesse la notte collinare, alle quattro e mezza era già buio e ci toglievamo un indumento ogni venti minuti. Verso le sei eravamo pronti a far l'amore: ero ubriaco perso di lei. Guardarla era grandioso, credo di aver capito cosa sia la bellezza ammirando il suo corpo acerbo accanto al mio; ci guardavamo senza dir niente, finché il buio ci faceva scomparire l'una alla vista dell'altro. Allora veniva a sdraiarsi sopra di me, impacciata e tenera, e io pensavo che sarei potuto morire in quel momento senza nessun rimpianto. Facevamo un amore inesperto, senza malizia; una pausa e poi altre tenerezze, più adulte, prima di rivestirci scaldando gli abiti davanti alla stufa elettrica. Nel buio sentivo la sua pelle dappertutto, la sua voce dirmi Ora stai fermo, tesoro, e tieni le labbra chiuse, il suo alito di primavera a un centimetro da me, la bocca che si schiudeva pudica a baciarmi.
In macchina, a scendere malinconicamente verso casa, sembrava un fiore stropicciato, le guance arrossate, gli occhi innamorati. Parlavamo di vita insieme, per sempre. Di non fare l'università, trovare un lavoro, per stare più presto accanto. Insisteva lei, soprattutto. Forse un presagio, chissà. Fretta di vivere. E io che non sospettavo che aveva già visto il suo sogno cadere in pezzi giovane e pretendeva allora e non domani il suo diritto alla felicità.

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