
Da ragazzino un film mi spaventò più di tutti. In realtà due, ma del secondo parlerò un'altra volta. Quello che lasciò il segno nella mia anima fu L'invasione degli ultracorpi, classico in bianco e nero della fantascienza politicizzata. Gli alieni che prendevano il posto degli umani appena questi si addormentavano era un chiaro riferimento alla paura che il comunismo si insinuasse nelle menti degli americani in tempi di guerra fredda. Naturalmente io non sapevo un cavolo di metafore e roba simile, avevo solo dieci anni. Però trasportai il senso di quel film nella mia vita. E feci male perché ci soffrii come un cane. Mi convinsi che i miei genitori fossero delle copie, involucri familiari che contenevano mostruose entità incapaci di provare emozioni e incaricate di sorvegliarmi. Da chi e per quale motivo non ero abbastanza grande per chiedermelo. Credevo di percepire la finzione, certo che appena mi voltassi loro smettessero le pose e tornassero mostruosi come li immaginavo. Doveva essere successo mentre dormivo, come nel film. Solo che a trasformarsi erano stati gli altri, non io.
Ripensavo a questa follia giorni fa, rintracciando dolorose somiglianze con la mia vita adulta. Ho incontrato Alessandra che eravamo ragazzi. Ci siamo avvertiti subito indispensabili l'uno per l'altra. Questo, per ventisette anni e mezzo. Poi devo essermi addormentato e quando ho riaperto gli occhi la trasformazione era completa. La mia vita, dico, completamente cambiata. Conservo la sua voce nei nastri, a volte la ascolto. Le parlo a voce alta. Ma non funziona, non mi risponde, non c'è. La mia vita è un'altra cosa, ormai, mi è aliena. Una finzione, come quando da bambino credevo che il mondo smetteva di esistere appena mi addormentavo. O come tutte le illusioni ben architettate, di cui l'amore è la più sottile e ingannevole.
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