Mi sono innamorato cento volte, per destino quasi sempre a scuola. L'amore più grande è quando chi ami non lo sa: ci parli, ci studi insieme ma lei non se ne avvede, o fa finta. Una forma perfetta d'amore. Fino ad Alessandra ho avuto amori infantili e fuggevoli. I più tenaci reggevano un paio di settimane. Solo al primo anno delle superiori mi innamorai di brutto. Ricordo perfettamente il suo nome ma non lo svelerò; il viso e la voce, ma non li descriverò. Ammetto solo che ci finii sotto con tutte le scarpe. Eravamo acerbi. Stavamo stretti interi pomeriggi a ballare i lenti al compleanno di qualcuno, finiva il disco, ci staccavamo e in quel momento - puntuale e guastafeste - ecco suo padre che la riportava a casa. La mattina a scuola arrivava mezz'ora prima nonostante abitasse lì davanti perché sapeva che io alle otto meno dieci ero in classe. Alla fine dell'anno cambiò città e la cosa mi fece male. Parecchio. Non la vedo da allora, praticamente. Una volta, anni fa, mi sembrò che fosse lei sul treno per Roma. C'era Ale con me, non indagai e anche fossi stato solo non l'avrei fatto, probabilmente. Ci sfiorammo con gli occhi per un secondo o due. Subito lei tornò a leggere il libro che aveva in mano. Giurerei che le si colorarono le guance appena un poco di rosso, come quando la invitavo a ballare e lei senza dire nulla mi abbracciava. O forse me lo sono immaginato. Magari era solo il caldo a farle quell'effetto, ed era giusto una che le somigliava, dentro a quel vagone che non andava da nessuna parte se non contro la nostra perduta innocenza.
Mi sono innamorato cento volte, per destino quasi sempre a scuola. L'amore più grande è quando chi ami non lo sa: ci parli, ci studi insieme ma lei non se ne avvede, o fa finta. Una forma perfetta d'amore. Fino ad Alessandra ho avuto amori infantili e fuggevoli. I più tenaci reggevano un paio di settimane. Solo al primo anno delle superiori mi innamorai di brutto. Ricordo perfettamente il suo nome ma non lo svelerò; il viso e la voce, ma non li descriverò. Ammetto solo che ci finii sotto con tutte le scarpe. Eravamo acerbi. Stavamo stretti interi pomeriggi a ballare i lenti al compleanno di qualcuno, finiva il disco, ci staccavamo e in quel momento - puntuale e guastafeste - ecco suo padre che la riportava a casa. La mattina a scuola arrivava mezz'ora prima nonostante abitasse lì davanti perché sapeva che io alle otto meno dieci ero in classe. Alla fine dell'anno cambiò città e la cosa mi fece male. Parecchio. Non la vedo da allora, praticamente. Una volta, anni fa, mi sembrò che fosse lei sul treno per Roma. C'era Ale con me, non indagai e anche fossi stato solo non l'avrei fatto, probabilmente. Ci sfiorammo con gli occhi per un secondo o due. Subito lei tornò a leggere il libro che aveva in mano. Giurerei che le si colorarono le guance appena un poco di rosso, come quando la invitavo a ballare e lei senza dire nulla mi abbracciava. O forse me lo sono immaginato. Magari era solo il caldo a farle quell'effetto, ed era giusto una che le somigliava, dentro a quel vagone che non andava da nessuna parte se non contro la nostra perduta innocenza.
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