La morte l'ho conosciuta quando improvvisamente, un 26 agosto, morì il marito di una zia di mia madre. Avevamo passato la domenica tutti insieme; torniamo a casa e mentre guardo un film di Chaplin in tv telefonano e dicono che è morto. Mia madre mi disse "Prendi un bicchiere d'acqua". Ero calmo, bevvi per forza quell'acqua di rubinetto, ma da quel giorno ho preso a vedere il mondo in modo diverso. Ho vissuto a volte con la paura. Nel 1985, dopo le fatue storie brevi dell'adolescenza, ho conosciuto la donna della mia vita. L'ho amata, abbiamo costruito tanto. L'ho vista morire, non credevo mi sarebbe toccato di sopportare questa cosa indefinibile. Non un dolore, no, un dolore lo sai perimetrare, lo soppesi. Questa cosa è stata assai più perfetta e maligna di un dolore, sfugge alle mie difese, non c'è anticorpo che valga, non so darle un nome. Non è stato come quando è morto quel mio zio: è stato un percorso di guerra di oltre tre anni, un vivere in trincea, un paradosso di speranze e bollettini medici infausti. Chi segue questo mio blog sa quanto io abbia scritto di lei. Chi mi conosce sa quanto io l'abbia amata senza che debba scriverne. Lei era me. Credevo di esser morto e di non sapermene accorgere. Ma un'altra estate, questa presente, dopo l'antica scoperta della morte, mi ha portato la scoperta della speranza. Non so che vita avrà, questa speranza, se mai avrà vita: è complicato. Ma quello che si è rotto per sempre nella mia vita da un po' taglia di meno e mi lascia dormire di più. E svegliarmi con questo sollievo è già un sentimento che credevo di aver perduto per sempre.
La morte l'ho conosciuta quando improvvisamente, un 26 agosto, morì il marito di una zia di mia madre. Avevamo passato la domenica tutti insieme; torniamo a casa e mentre guardo un film di Chaplin in tv telefonano e dicono che è morto. Mia madre mi disse "Prendi un bicchiere d'acqua". Ero calmo, bevvi per forza quell'acqua di rubinetto, ma da quel giorno ho preso a vedere il mondo in modo diverso. Ho vissuto a volte con la paura. Nel 1985, dopo le fatue storie brevi dell'adolescenza, ho conosciuto la donna della mia vita. L'ho amata, abbiamo costruito tanto. L'ho vista morire, non credevo mi sarebbe toccato di sopportare questa cosa indefinibile. Non un dolore, no, un dolore lo sai perimetrare, lo soppesi. Questa cosa è stata assai più perfetta e maligna di un dolore, sfugge alle mie difese, non c'è anticorpo che valga, non so darle un nome. Non è stato come quando è morto quel mio zio: è stato un percorso di guerra di oltre tre anni, un vivere in trincea, un paradosso di speranze e bollettini medici infausti. Chi segue questo mio blog sa quanto io abbia scritto di lei. Chi mi conosce sa quanto io l'abbia amata senza che debba scriverne. Lei era me. Credevo di esser morto e di non sapermene accorgere. Ma un'altra estate, questa presente, dopo l'antica scoperta della morte, mi ha portato la scoperta della speranza. Non so che vita avrà, questa speranza, se mai avrà vita: è complicato. Ma quello che si è rotto per sempre nella mia vita da un po' taglia di meno e mi lascia dormire di più. E svegliarmi con questo sollievo è già un sentimento che credevo di aver perduto per sempre.
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