
C'è che poi il ritorno a casa è storto, stralunato; non sai da che parte cominciare a fare ordine. Il lavoro già ti morde il sedere, avresti bisogno di altre vacanze per riposarti dalla vacanza, casa tua sembra finita dentro un phon acceso, la città dentro una minestra bollente che puzza di orfanotrofio. Alessandra, quando in camera avevamo trenta gradi, dormiva sottosopra: i piedi sul cuscino e la testa in fondo al letto, per tenerla più vicina al ventilatore. Sembravamo il due di spade: fa ridere, a pensarci.
Si pensano pensieri brevi, appena tornati dalle ferie, che arrivino massimo a una settimana di distanza. Fa troppo caldo per far progetti a lunga conservazione. E però, anche senza promettersi troppi futuri complicati da mantenere, due o tre cambiamenti rispetto all'ultimo inverno vorrei metterli in conto. Partirò dalla solitudine e dal senso di disastro che mi hanno inflitto frustate per tutto questo tempo e le combatterò come posso, quando posso ma senza quartiere. E vorrò ricordare cosa significa - veramente - sognare. Non il sogno delle canzoni: quello vero della vita. Avrò bisogno di qualcuno che mi aiuti a rammentarlo, ce l'avevo come concetto ma l'ho perso: sognare è un verbo che si coniuga solo in due. Perché ho sognato da solo, negli ultimi nove mesi, ma ogni forma che ne è uscita era un incubo dalla sintassi sconclusionata.
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