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Una certa idea di Baricco

Un mondo dove tutti potenzialmente possono diventare scrittori non è necessariamente un mondo migliore. Già questa cosa basterebbe a giustificare il denaro speso per "Una certa idea di mondo", di Alessandro Baricco, collezione di articoletti (nel senso di dimensioni, non di qualità) pubblicati su Repubblica che raccontano quelli che sono - secondo lui - i libri più belli che ha letto (o riletto) negli ultimi dieci anni. Questa roba del mondo che non migliorerebbe al moltiplicarsi dei narratori, buttata lì con noncuranza, è il sintomo di uno snobismo che con suo e nostro piacere l'autore non fa nulla per nascondere. Né gli riesce facile camuffare la presunzione quando dichiara che - riferendosi ad autori viventi - ha percepito amaramente i suoi limiti solo due volte: leggendo David Foster Wallace e Roberto Bolano. Baricco è divertente e il suo stile noto: un po' geniale un po' paraculo, ma che sappia scrivere è fuori discussione. A proposito di viventi, insieme a Erri De Luca forse il miglior autore italiano: stili e contenuto diversissimi e una comune, tangibile autostima piuttosto spinta. Resta il fatto che "Una certa idea di mondo" si legge con gran gusto e nasconde due o tre idee niente male (in realtà di più, ma non vorrei si montasse la testa). Il rischio, a prenderlo troppo sul serio, è quello di Baricchizzarsi, e se state provando a fare gli scrittori (un'ostinazione che - come detto - lui sconsiglierebbe e allora non si capisce perché abbia aperto una scuola di narrativa) è un guaio: finirete a scrivere come lui, con tutti quegli svirgolamenti e singulti sintattici che sembrano colpi di tosse. Ma il pregio è quello di scoprire libri che non si sapeva nemmeno esistessero, per poi far invidia agli amici quando in pizzeria - mentre tutti parlano dell'ultimo lamentoso romanzo della Mazzantini - voi ve ne uscirete con "Ma sul serio vi siete persi La cultura dei vinti di Wolfgang Schivelbusch?"

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