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Più di una volta non sono capace (racconto)

Tu a cosa pensi prima di dormire? Io a due cose, soprattutto: una se sto sul fianco sinistro, una se sto su quello destro. Se mi appoggio sul fianco sinistro, in modo che la testa stia ben riparata dietro la campana della plastica, ricordo Monica che sta a Tirana, il pane che impastavamo alle cinque del mattino, il forno aperto la domenica fino all'una e mezza, il russo che ogni due giorni veniva a comprare due brioches all'olio e che in dieci anni avrà detto cinquanta parole: cinque all'anno.
Si chiamava Piotr, non era scortese. Solo, non parlava mai.
Se mi sposto sul fianco destro devo allungarmi dalla parte opposta perché non mi va di avere il muro davanti alla faccia. I piedi vanno allora dove prima stava la testa, la testa al posto dei piedi, sopra i cartoni schiacciati di latte e sigarette.
Sul fianco destro ripenso ad Alina. Ci andavamo a nascondere nella palestra dove lei insegnava educazione fisica ai ragazzini delle medie. Stavamo lì la domenica pomeriggio, quando la palestra era chiusa ed era chiuso anche il mio forno.
Non so se a te capita la stessa cosa: è che se sto sul fianco destro non riesco proprio a pensare a mia moglie; se sto sul sinistro non mi va a genio di ricordare la mia amante. Forse è una questione di punti cardinali.
Dopo un po' che sto disteso su un fianco -  uno qualsiasi, non fa differenza - comincia a dolermi tutto il corpo: strano che succeda, nella mia condizione. Cambio lato e quel che sta a destra va a sinistra e Monica prende il posto di Alina. Più tardi, se non mi addormento in fretta, mi giro di nuovo e Alina ritorna.

Oggi è un giorno fortunato. Stamattina, quando mi ha svegliato lo scalpiccio della gente a un metro dalla faccia, ho scoperto che qualcuno aveva abbandonato un materasso quasi nuovo tra il cassonetto e il muro. La settimana scorsa qualcun'altro aveva lasciato lì per terra un televisore sfondato. Anche non fosse stato rotto non avrei saputo che farmene: dove pensi che potevo attaccare la spina? Il materasso invece mi fa comodo, sempre che non tentino di fregarmelo.
La primavera è arrivata prima quest'anno o forse è solo che faccio ancora confronti col freddo dell'Albania. Da queste parti se dice di far caldo, fa caldo anche a marzo: mi conviene togliere uno strato di giornali dalla  pancia.
Ho cenato con mezza banana trovata nel cestino in fondo al vicolo e un hamburger. La fetta di torta l'ho messa via per domattina. Non mi ci vogliono far entrare al fast food: due volte ci ho provato, credendo di non essere visto e servendomi da solo, e due volte mi hanno guardato storto mentre mangiavo per conto mio. La terza volta che ci sono andato è venuto il direttore a dirmi che lì non ci potevo stare. Aveva un bel berretto blu da coach di basket e una maglietta col logo del locale: un hamburger dalla faccina simpatica che sprizza salse da tutti i pori e dice dentro a un fumetto Vieni a mangiare da me.
Io gli ho detto: "Ho i soldi per pagare", e lui :"Non è questo il punto". Non capivo quale fosse il punto. Se pure tutti mi vedono ma non infastidisco nessuno e ho i soldi per il mio maledetto Big Mac, perché diavolo non dovrei mangiarmelo in santa pace? Ha voluto che facessimo un accordo: io non entro più al fast food e lui ogni sera mi fa portare un cheeseburger e una fetta di torta. Io ho chiesto anche le patatine e da bere. Lui qualche volta me le manda, le patatine e la cola, altre volte no.

Perché ti sto raccontando tutto questo, mi chiedi? Non ho sonno stasera. L'hamburger mi torna su, per via della fetta di cetriolo; sono a pancia sopra, quindi non riesco a pensare né a Monica nè ad Alina.
A pancia su mi vien da pensare alla vetrina di una pasticceria. Non che abbia voglia di dolci: è solo che mi viene da pensarci. Le paste sono come le persone: ogni pasta ha una sua funzione nella vetrina, un colore, un dettaglio  che la distingue dalle altre. Qualcuna è acidula perché ci han messo troppo limone, qualcun'altra ha la glassa di pistacchio verde; una è così gonfia di crema che sta per scoppiare, una è di sfoglia rinsecchita; una è trionfale, con la sua mousse di cioccolata che sembra la pelliccia di una regina; una, alticcia di rum, tremola ogni volta che la tenaglia della commessa la sfiora.
Sono come le persone, le paste.
E come le persone sono differenti fuori ma, dentro, hanno tutte la stessa paura di essere divorate.
E io? Io che pasta sarei? Oh, immagino una di quelle nere e tonde che da ragazzino, quando le sceglievo, mio padre diceva: "Sono fatte coi rimasugli delle altre, quando raschiano le teglie". Dentro in effetti ci trovavo un po' di tutto: scaglie di nocciola,biscotti frantumati, frutta candita, pan di Spagna. Anche dentro di me c'è un po' di tutto: dolore, rassegnazione, distacco, speranza.
Ecco cosa sono io: una raschiatura, un rimasuglio dell'umanità. E non mi dispiace più di tanto. Da pasta nera e tonda osservo il mondo che va in diretta davanti ai miei occhi. Non mi serve la parabola né il decoder: osservo e lo lascio fare mentre s'affretta su una strada che più corri più s'allunga. Tu credi di essere più fortunato di me?
E poi non sono solo, come potresti pensare. Ho degli amici. C'è una donna enorme che viene a sfamare i gatti, di tanto in tanto. Le parlo, a volte: lei non mi risponde mai. Per essere matta è matta e forse anche sorda. O forse lei non mi vede. Continuo a parlarle finché non apre il cartoccio di avanzi e la colonia felina non arriva, e in un attimo i suoi piedi spariscono sotto quel tappeto di vibrisse, pelo e miagolii.
Altre volte, come stasera, appena scurisce vengono a trovarmi tre o quattro amici. Portano una tanica di benzina, dei fiammiferi. Mi cospargono di benzina e mi danno fuoco e restano lì a guardarmi crepitare nei miei giornali e nella giacca bisunta. Poi se la danno a gambe e io finalmente posso dormire. Un po'mi fanno tenerezza: non ricordano che mi hanno già bruciato l'anno scorso. D'altra parte - a morire più di una volta - io non sono capace.



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