

In pomeriggi come questo si apre la scatola dei ricordi: primo sabato autunnale, cose da fare ce ne sono, così come la voglia di non farle, dispensa piena, nessuna smania di uscire. Il sabato pomeriggio è un contenitore speciale di memoria. Perché i sabati pomeriggio, più delle domeniche, la mia infanzia e l'adolescenza li passavano al cinema, a vedere di seguito lo stesso film due volte, due e mezza. Nessuno ci cacciava, se sostavamo. Gli adulti fumavano, quelli delle superiori sbaciucchiavano in ultima fila le nostre compagne delle medie, si commentavano a voce alta le scene, si anticipavano per far dispetto a chi era entrato dopo e rovinargli la sorpresa. Il cinema della mia vita, quello che mi porto dentro, è simile a quello del film di Tornatore; meno truce forse: che mi ricordi non c'era la nave scuola a intrattenere dietro una tenda di velluto i padri di famiglia, nessuno sparò a nessuno, il proiezionista non censurava i baci. Al cinema della mia vita - quello di Narni, come un primo amore che mi ha seminato il cuore - si arrivava scendendo le scale con la furia di chi teme di far tardi: tre a tre. Si entrava lo stesso se il film era cominciato, nessuno faceva il difficile, tanto stavamo là fino a sera e dopo si ricuciva la trama tutti insieme. Ci andavo con gli amici, a volte con mio zio o mio nonno. Mai con mio padre, almeno da bambino. Più tardi sì, verso i quindici anni avrei recuperato la gioia di vedere un film con lui. Una volta invece, un pomeriggio, ci andai solo. I soliti amici erano chi ammalato, chi punito in casa per un brutto voto, chi al catechismo. Davano
Bambi, quello vero, il primo, un film di puro orrore come solo Disney sapeva fare. Chiesi a papà di accompagnarmi. Disse no e me lo aspettavo. Non mi aspettavo ciò che disse poi: "Vai da solo". Avevo dieci anni, grosso modo. Ecco, credo che se uno possa stabilire un confine tra la fanciullezza e il dopo, qualunque cosa sia il dopo, io devo averlo attraversato quel giorno. Ci ho visto film che mi hanno segnato la vita, là dentro, che hanno perfino un peso a giocar di fantasia nella mia artigianale capacità di scrivere storie. Non esagero.
Guerre Stellari, Corvo rosso non avrrai il mio scalpo, Lo squalo, li ho visti e amati quando sono usciti, non più tardi in vhs o dvd. Io c'ero, vestito anni settanta e con lo schermo mezzo coperto da uno più alto che si sedeva nella fila davanti. .
La cosa bella è che quel cinema - restaurato, rinominato - esiste ancora: adesso si chiama Mario Monicelli e il 28 ottobre inizia la nuova stagione. Scenderò le stesse scale, ora con più calma, con passo da persona seria. Ma se giurate di non guardarmi, di non mettervi a ridere, prometto di saltarli tre a tre quei gradini, per vedere se ce la faccio ad arrivare prima dei titoli di testa. E pazienza se davanti mi si piazzerà il solito tipo alto, che forse lo sa che vado e mi aspetta nascosto nel foyer. Vorrà dire che vedrò solo un pezzo dello schermo e mi sembrerà di essere, interamente, tornato bambino.
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