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Erri De Luca, il pesce narratore

Forse si compiace un poco, si specchia in se stesso, cerca l'effetto poetico a ogni curva del racconto quando dovrebbe andare sul pratico. Ciò non toglie che I pesci non chiudono gli occhi, di Erri De Luca, sia un libro potente: essenziale e compiuto allo stesso tempo. La storia di una fanciullezza che detesta il proprio corpo e vorrebbe romperlo per vedere se ne esce cresciuto è la storia della fanciullezza di tutti. Solo per un incidente è ambientata a Napoli in un'estate degli anni Sessanta ma andrebbe bene lo stesso se fosse qui e ora. Bello è quando il racconto prende la strada della commozione, nel ricordo che lo scrittore fa di sua madre; e anche di suo padre, innamorato dell'America a tal punto da mollare tutti e andarci e poi esule a casa sua e pesce fuor d'acqua, nella stessa Napoli, negli anni confinati del ritorno. C'è una ragazzina più grande del bambino che Erri è a quel tempo: il suo primo amore. Lui non ricorda come si chiamava e non vuole inventarle un nome. Con lei scopre il significato segreto del verbo mantenere: tenere per mano, e la sua mano afferra quella di lei in un gesto che gli farà scoprire assieme la dolcezza e il presagio del distacco. E ci sono tre guappi, tre mascalzoni, ragazzini pure loro, che si danno man forte l'un l'altro e per competizione, per istinto animale, a un certo punto gonfiano di botte proprio lui, il bambino che ama i cruciverba, i silenzi e andare a pesca. E alla fine c'è una specie di giustizia divina che per ingegno della ragazza ridicolizza la violenza e premia la vittima con un primo bacio e altri, ripetuti, nei giorni successivi. Lui, quando lei lo bacia, tiene gli occhi aperti. Perché? gli domanda. Perchè i pesci non chiudono gli occhi è la risposta. Un altro modo per dire: conviene allenarsi a guardare la realtà anche quando spaventa.

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