
Alcuni amici - vedendomi fare le cose di sempre - mi chiedono come ho superato l'evento più brutto della mia vita: la morte di mia moglie. Risposta facile: non l'ho superato affatto. Convivo coi suoi violenti strascichi e li combatto. Do loro del filo da torcere perché l'alternativa - che conosco: ne sono stato vittima per alcuni mesi - è una condizione talmente disperata e asfissiante da farti desiderare di andare a dormire la sera e non svegliarti più. Non ci sono terze vie, io almeno non ne vedo: combattere o restarci sotto. Ognuno poi ha il suo modo di reagire alle tragedie personali. Il mio è sì fare le cose che mi piacciono: la radio, l'insegnamento, la scrittura. Ma è anche rispondere
presente alla premura degli amici, che mi vogliono a cena o a una partita a tennis; è prendersi cura delle persone che amo. Non ho la pretesa di parlare a nome di tutti quelli che hanno subito un torto dal destino. Dico solo che io reagisco così. Le persone che amo, che mi stanno intorno, hanno bisogno di me ma soprattutto han bisogno di sapere che io sto bene, che posso farcela. Non devono essere loro a prendersi cura di me, come farebbero con un malato terminale. Al contrario devo esser io a prestar soccorso agli altri, con un sorriso, un consiglio, una battuta, una visione delle cose meno grigia. Le persone a cui voglio bene e che me ne vogliono, vedendomi pimpante e deciso, stanno meglio. Non è giusto far star male gli altri facendo loro contemplare la propria disperazione. Né è facile mascherarla. Bisogna allora soffocarla. Ecco cosa faccio, dalle 6 e 40 del mattino alle 11 di sera. Quando l'inferno mi banchetta dentro, gli servo cibo avvelenato. Perché muoia, una buona volta, e io possa rinascere a nuova vita, a nuovi incontri, e sbalordirmi della bellezza che c'è, senza più sprecare un secondo in autocompatimenti che nessuno risarcirà mai.
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