Passa ai contenuti principali

Quando l'inferno ti banchetta dentro

Alcuni amici - vedendomi fare le cose di sempre - mi chiedono come ho superato l'evento più brutto della mia vita: la morte di mia moglie. Risposta facile: non l'ho superato affatto. Convivo coi suoi violenti strascichi e li combatto. Do loro del filo da torcere perché l'alternativa - che conosco:  ne sono stato vittima per alcuni mesi - è una condizione talmente disperata e asfissiante da farti desiderare di andare a dormire la sera e non svegliarti più. Non ci sono terze vie, io almeno non ne vedo: combattere o restarci sotto. Ognuno poi ha il suo modo di reagire alle tragedie personali. Il mio è sì fare le cose che mi piacciono: la radio, l'insegnamento, la scrittura. Ma è anche rispondere presente alla premura degli amici, che mi vogliono a cena o a una partita a tennis; è prendersi cura delle persone che amo. Non ho la pretesa di parlare a nome di tutti quelli che hanno subito un torto dal destino. Dico solo che io reagisco così. Le persone che amo, che mi stanno intorno, hanno bisogno di me ma soprattutto han bisogno di sapere che io sto bene, che posso farcela. Non devono essere loro a prendersi cura di me, come farebbero con un malato terminale. Al contrario devo esser io a prestar soccorso agli altri, con un sorriso, un consiglio, una battuta, una visione delle cose meno grigia. Le persone a cui voglio bene e che me ne vogliono, vedendomi pimpante e deciso, stanno meglio. Non è giusto far star male gli altri facendo loro contemplare la propria disperazione. Né è facile mascherarla. Bisogna allora soffocarla. Ecco cosa faccio, dalle 6 e 40 del mattino alle 11 di sera. Quando l'inferno mi banchetta dentro, gli servo cibo avvelenato. Perché muoia, una buona volta, e io possa rinascere a nuova vita, a nuovi incontri, e sbalordirmi della bellezza che c'è, senza più sprecare un secondo in autocompatimenti che nessuno risarcirà mai.

Commenti

Post popolari in questo blog

Niente per sempre

C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e  a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...